Politica

Caro Squinzi

L’Italia negli ultimi vent’anni è stata governata da uno di voi. Lo avete incensato, così come avete civettato con il Padano, novello demiurgo italiota. Ora vi lamentate delle tasse alte e di un paese in sfacelo. Ma cosa avete detto quando quei due Signori facevano i condoni, quando piegavano il parlamento alle loro questioni personali, quando toglievano l’Ici, sapendo che così si scavava la fossa dove quasi tutti siamo caduti? Per troppo tempo avete taciuto, quindi, siete per la vostra parte politicamente corresponsabili.

Ora anche voi dovete farvi carico della rinascita dell’Italia, se vi sta a cuore, e io credo che a Lei, signor Squinzi, stia a cuore. Ma cosa c’entra il mercato del lavoro? I lavoratori italiani sono quelli più flessibili, precari e peggio pagati d’Europa. Cosa volte ancora?

Signor Squinzi, deve convincere i suoi colleghi a smetterla di portare soldi all’estero, a smetterla di investire nella finanza di rapina. Deve convincere i suoi colleghi tornare ad investire nei prodotti e nei processi produttivi e quindi, ad investire in ricerca. E a smetterla si spostare le fabbriche all’estero, affamando milioni di italiani e mettendo in crisi le nostre comunità.

Chi Le parla non è un vostro nemico. Nella realtà dove ho operato, assieme, abbiamo fatto centinaia e centinaia di accordi aziendali, tenendo assieme i vostri interessi e la vostra funzione con il miglioramento della condizione dei vostri operai e tecnici. Riconosco le difficoltà che gran parte di voi stanno attraversando, la resistenza che la maggioranza di voi mette in campo per non chiudere le aziende.

Allora si metta da parte ogni disegno di rivincita e di divisione e si operi per trovare una nuova sintesi fra capitale e lavoro nell’interesse dell’Italia e di tutti gli italiani.

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