Cimitero e storia, San Vito di Cadore si racconta

I cimiteri monumentali sono fra le mete preferite dai ricercatori di storia, essendo fonti inestinguibili di informazioni e di simbologie. Meritano quindi non solo rispetto, ma cura. E meritano di essere visitati in quanto tali.

A noi, ospiti del “campeggio don Pio di Alfonsine” in San Vito di Cadore è venuto in mente di visitare il Vecchio cimitero del luogo, costruito nel 1834 sulla base delle leggi napoleoniche scaturite dall’editto di Saint Claude del 1804 e recepite dai sanvitesi nel 1817.

Siamo stati aiutati da Daniela dell’Ufficio Turistico – che ringraziamo – la quale ha contattato le due persone sanvitesi che maggiormente conoscono la storia di quel Cimitero. E’ così che un pomeriggio della scorsa settimana ci siamo trovati, con un gruppo di una decina di persone, davanti al cancello con Matteo De Monte, storico locale e vicesindaco e con Mariagrazia Lui, insegnante, laureata in archeologia con specializzazione in etruscologia, foresta.

Matteo De Monte ci ha illustrato la storia del Cimitero e Mariagrazia Lui ci ha spiegato gli aspetti architettonici e i significati che trasmettono. Abbiamo così potuto conoscere che il cimitero è stato attivo fino al 1950 e che conta circa 3300 sepolture. Un numero molto elevato che conferisce ancora maggiore significato e straordinarietà all’opera e soprattutto al fatto che sia ancora al suo posto e sostanzialmente intatta.

Il merito dei sanvitesi è stato quello di volere il ripristino dell’opera monumentale. Dopo un lungo periodo di decadenza e di degrado hanno pensato alla sua tutela e sono riusciti ad acquisire finanziamenti, Europei e regionali, tali da completare nel 2018, opere di qualificazione che hanno ridato luce al monumento. Luce in tutti i sensi, in quanto la particolare cura del restauro ha fatto si che, utilizzando i materiali del luogo, i muri perimetrali riescano a trasmettere in particolari momenti della giornata la particolare colorazione rosacea delle belle vette dolomitiche che contornano il Cimitero.

Mariagrazia Lui, davvero brava, ci ha fatto cogliere i vari significati delle epigrafi e delle sculture che ornano molte tombe. Da quelle si capisce il particolare rispetto verso la morte e come questo senso soprannaturale abbia saputo travalicare nei tempi i contrasti familiari di una comunità storicamente chiusa e conflittuale. Anche dai cognomi che spesso si ripetono sulle lapide si ricava l’idea di una società, forse alla ricerca, se si apprezzano determinate aperture degli ultimi decenni, di nuova linfa vitale.

Oggi i sanvitesi, se abbiamo ben capito, si trovano di fronte al dilemma se conservare il loro Vecchio cimitero o se farne strame per dare spazio allo “sviluppo” che potrebbe presentarsi, come pare, sotto le spoglie di un Supermercato o di un albergo. Gli appetiti sorgono nella previsione della vetrina rappresentata dai Mondiali invernali del 2021 e, particolarmente, dalle Olimpiadi del 2026 che vedono in Cortina d’Ampezzo, della quale San Vito è la principale porta d’ingresso,  l’anello centrale della catena sciistica.

Al termine della visita abbiamo compreso quanto i nostri interlocutori sanvitesi l’abbiano gradita. Per poco che sia ha pur sempre rappresentato un riconoscimento al loro lavoro di ricercatori. Ma non solo. Matteo De Monte nel congedarsi, ci ha voluto ricordare la figura di Don Pio Dalle Fabbriche, questo prete del popolo che amava le montagne e che le usava come scuola di vita per i tanti giovani e loro famiglie che poi hanno seguito la sua esperienza.

Matteo ci ha ricordato don Pio per il suo carattere giovale, aperto,  rispettoso e per la sua semplicità. Don Pio, che per ogni giorno di sua permanenza a San Vito diceva una messa, “quella delle sette” nei giorni feriali e “quella delle dieci” nei festivi, è ancora oggi ricordato da molti come una persona che aveva saputo legarsi alla comunità  dimostrando, con levità, un innato senso della cordialità e del servizio, tradotti a volte in atteggiamenti che Matteo ci ha ricordato con due aneddoti.

Come quando in Canonica apparve un biglietto indicante che “le prediche vanno contenute in dieci minuti”. Evidentemente lo si poteva accostare a don Pio che a volte si lasciava trascinare e sforava i tempi per la Messa successiva. Oppure quando il microfono del pulpito “gracchiava” insoliti suoni, forse dovuti all’enfasi con cui don Pio proponeva la sua omelia.

Quello che però ci ha fatto veramente piacere e per un attimo riflettere è stato quando nel congedarsi, Matteo ci ha detto che San Vito non ricorda purtroppo abbastanza la figura di don Pio e quello che lui ha rappresentato per questa comunità. Il modo sereno e cordiale col quale Matteo ha detto queste parole lascia pensare che nulla sia precluso e che il domani possa recuperare il senso di una lezione da non perdere. Noi, la Comunità del Campeggio don Pio, saremo presenti.

Ed ora alcune foto.