Tra profezie e principio di realtà

Castel Bolognese - Il nevone del dodici
Castel Bolognese – Il nevone del dodici

Questo governo non ci piace, al di là del valore di molte delle persone che lo compongono. Non ci piace perché non riesce neppure ad interpretare lo spirito emergenziale che ne costituisce la ragion d’essere. Stenta ad adottare misure significative in ambito economico, istituzionale, nel campo dei diritti civili. Ci crea disagio la maggioranza anomala che lo sostiene; e il disagio diventa addirittura ripulsa quanto sentiamo la Santanché o Brunetta parlare di “pacificazione” o invocare la “solidarietà di coalizione” contro i giudici che perseguitano Berlusconi.

Questo quadro politico è appeso ai “ballon d’èssai” che i pretoriani di Berlusconi lanciano quotidianamente (tanto la coerenza dell’agire politico non è un loro problema) e che ottengono comunque l’effetto di renderlo dipendente da mediazioni estenuanti e quotidiane.

Sul come e perché si sia giunti a questo stato di cose stiamo discutendo da sei mesi, ed è importantissimo continuare a dibattere; ma poiché qui interessa riflettere sulle possibili e verosimili evoluzioni a medio termine, mi limito a riassumere le vicende che abbiamo alle spalle in una rapida sequenza di flash:

– Il risultato del voto di febbraio, ovviamente. Al proposito solo un commento: è da supporre -si fa per dire- che chi ha votato Grillo “per dare un segnale a sinistra” avverta oggi di non avere alcun diritto di critica verso l’attuale stato di cose. Il suo intento lo ha realizzato restituendo a Berlusconi centralità e potere di ricatto. Segnale arrivato!

– Le incertezze e le divisioni nella conduzione del dopo-voto;

– in particolare il suicidio politico messo in atto sottobanco nelle votazioni per la Presidenza della Repubblica. Ciò che è avvenuto, sia nel voto su Marini che in quello su Prodi, non può trovare giustificazione alcuna nella approssimativa gestione tattica della partita. L’etica della responsabilità è l’ambito principale in cui vanno valutate le capacità degli eletti. Consapevoli o no che ne siano stati i singoli “grandi elettori” (così come i circoli di base immediatamente insorti contro l’ipotesi Marini), quel passaggio ha rappresentato l’atto di nascita della strana maggioranza.

– La conseguente rielezione di Napolitano, della cui propensione per le “larghe intese” non era consentito dubitare.

Dunque, l’attuale stato di cose non è frutto di un destino cinico e baro; e ciò rende ancor più necessario -ma anche più impegnativo- per il PD stare quotidianamente in campo; senza subalternità, mantenendo autonomia e capacità di iniziativa.

Da questo punto di vista la situazione attuale è molto critica. La soggettività del PD è sfuocata e incerta, la gestione del dibattito parlamentare appare affannosa, i tratti del cambiamento nell’azione di governo sono troppo labili. Sviluppare la critica, incalzare il gruppo dirigente che appare irretito e spaesato, e  perciò esposto a divisioni crescenti; tutto ciò è giusto e necessario. Ma per rendere la battaglia politica più lucida ed efficace occorre dissolvere un equivoco latente nel sentimento diffuso nell’opinione pubblica di sinistra. Un equivoco che riguarda la prospettiva a breve e medio termine.

L’equivoco consiste nel fatto che lo stato di malessere ed insoddisfazione che agita il nostro popolo per tutte le ragioni dette, porta con sé un non detto, che è anche un auspicio che corre sotto pelle: meglio una crisi di governo a breve e conseguenti elezioni politiche.

Ebbene, il principio di realtà -che deve sempre accompagnare la determinazione, affinché la battaglia politica risulti efficace- induce, a mio avviso, a considerare del tutto improbabile, in ogni caso, la prospettiva di nuove elezioni quanto meno fino al 2015; anzi -come argomenterò più avanti- già la previsione del 2015 può rivelarsi avventata.

Ribadisco: non si tratta di un auspicio personalmente condiviso (la cosa, peraltro, sarebbe del tutto irrilevante), bensì della risultante di una serie di valutazioni fondate sulla realtà. Si potrà essere smentiti dai fatti futuri; le valutazioni di prospettiva non sono mai una profezia, ma è comunque indispensabile misurarsi con esse se si ha l’ambizione di orientare i processi anziché subirli.

Vediamo dunque le premesse di questa ipotesi.

-Nel 2014 ci saranno le elezioni europee; con l’insediamento del nuovo Parlamento entreranno in vigore i nuovi trattati che cambieranno considerevolmente la “governance” europea; dal luglio al dicembre 2014 l’Italia ricoprirà la Presidenza di turno dell’UE. Occorre considerare che i nuovi trattati valorizzano molto la funzione della presidenza per quanto riguarda la programmazione economica e non solo; e tutti sappiamo quanto sia delicato e cruciale il dibattito su austerità, sviluppo, nuova politica economica… L’Italia sarà il primo fra i grandi paesi europei a ricoprire l’incarico, dopo due presidenze molto deboli come quella lituana (in corso) e quella greca. Ebbene, c’è qualcuno che pensa che l’Italia (Napolitano) possa dire ora, o fra due mesi, agli altri paesi europei: l’Italia fra 4/6 mesi andrà a votare, quindi giungerà ad assumere la presidenza dell’UE senza alcuna certezza su quale sarà, se ci sarà, un governo nazionale in carica, una maggioranza parlamentare certa… (o magari di nuovo Berlusconi a fare cucù alla Merkel)?

-Si potrà dire: ma a prescindere da tutto ciò la crisi potrebbe comunque avvenire; magari Berlusconi ad un certo punto riterrà conveniente -per le sue vicende giudiziarie o per altro- rompere il gioco. O potrà comunque farlo il PD se il ricatto di questa maggioranza diventa insostenibile. E’ vero, ma non mi pare difficile ipotizzare che a quel punto Napolitano (conoscendolo) farebbe di tutto pur di evitare lo scenario di cui sopra. Un “governo del Presidente”, un altro governo tecnico… E c’è da chiedersi: in quel caso il PD che potrebbe fare? dire a tutto il mondo (all’Europa, alle imprese, ai mitici mercati, ….): “niente da fare, elezioni, elezioni e niente altro!” (a Mosca, a Mosca! invocavano le “tre sorelle” di Cechov, stanche della vita in provincia). E con quale garanzia di trarne almeno qualche vantaggio?

Di Berlusconi, in quello scenario, si è detto: ha troppo interesse a stare comunque al tavolo.

E così si giunge -se l’ipotesi che sto formulando ha un senso- ai primi mesi del 2015.

O meglio: almeno alla primavera 2015. Ma qui devo dire, per onestà intellettuale, che le considerazioni prossime sono, anche a mio avviso, molto più ipotetiche di quelle fin qui esposte. Forse troppo azzardate; vale comunque la pena esporle in una sede così poco impegnativa.

-Se non sbaglio i parlamentari in carica al primo mandato matureranno il diritto alla pensione da parlamentare nei primi mesi del 2015; ciò, forse, sconsiglierà di sciogliere le Camere già alla scadenza della presidenza europea (31 dicembre 2014).

-Per di più: nel frattempo sarà finalmente stata approvata una nuova legge elettorale, o il tormentone sarà ancora in corso? E Napolitano -che di questo ha fatto, giustamente, un punto di principio- scioglierebbe comunque le Camere, anche se ancora vigesse il porcellum? O chiederebbe ancora ai partiti di impegnarsi per la riforma, magari fissando un traguardo temporale ulteriormente dilatato?

-E comunque, anche nel caso fosse stata approvata una nuova legge, si può essere certi del fatto che un Presidente della Repubblica che a quella data potrebbe essere propenso a dimettersi, essendo che già all’atto della sua rielezione ha sostanzialmente dichiarato che non intende portare a termine tutto il mandato, si assuma la responsabilità di sciogliere le Camere, piuttosto che consegnare la questione al suo successore?

-In quel caso, evidentemente, qualche altro mese sarebbe necessario per la elezione del nuovo Presidente, la sua presa di contatto con la situazione politica, la sua eventuale decisione.

Si considerino, inoltre, altre due variabili eventuali, poi che ci stiamo proiettando su tempi tanto lunghi:

-non è possibile escludere che nell’arco dei prossimi due anni e più, anche la situazione economica e sociale evolva nel senso di allentare il morso della crisi. Anzi, sarebbe drammatico se ciò non avvenisse. Anche questo potrebbe in qualche modo incidere sull’opinione pubblica e sul quadro politico.

-Anche nella destra politica le cose potrebbero cambiare. Nessuna facile illusione, ma Berlusconi sarà ottantenne, e senza di lui che potrebbe succedere nel frattempo?

Conclusivamente.

Spero che nessuno dei quattro amici che leggeranno queste elucubrazioni, equivochi sul loro significato. Condivido la sofferenza di tutti noi per questo quadro politico, per l’incastro in cui siamo caduti. Sono consapevole del rischio di ulteriore e progressivo logoramento che ciò rappresenta per il PD. Partecipo del disagio, anche morale, provocato da questa coalizione anomala, innaturale, irripetibile….

E proprio per ciò ritengo sbagliato ogni atteggiamento che, magari inconsapevolmente, avvalori fra i militanti, l’opinione pubblica a noi vicina,  l’idea,  velleitaria, che possa essere a portata di mano la palingenesi di un nuovo voto; che si tratti soltanto di trovare chi -noi od altri, poco importa- accenda la miccia determinando la caduta di questo deludente e inefficace Governo.

Penso, cioè, che la caduta eventuale di questo Governo -possibile e forse auspicabile- non porterebbe a nuove elezioni, almeno per un tempo piuttosto lungo.

E penso che mantenere o incentivare l’ambiguità su questo punto faccia del male innanzitutto a noi, poiché rischieremmo di vivere l’illusione di una vittoria oggi a cui probabilmente seguirebbe il rinculo domani di un nuovo equilibrismo motivato dall’assenza di alternative praticabili e dal richiamo al senso di responsabilità.

Conseguentemente auspico -senza illusioni- che il Congresso del PD sappia svolgere una discussione adeguata innanzitutto sul profilo e l’identità di un moderno partito della sinistra, consapevole che anche la nostra geografia politica dovrà essere sempre più europea. Capisco bene che sarebbe velleitario pensare che il dibattito Congressuale possa svolgersi prescindendo dal quadro politico attuale, ma sarebbe deleterio se tale questione fosse preponderante.

Dico ciò perché ne sono fermamente convinto, anche se purtroppo devo osservare che i movimenti pre-congressuali in corso vanno in tutt’altra direzione. Lo dimostra il fatto che tutta la dialettica sulla leadership viene commisurata alle presunte changes, maggiori o minori, di questo o quel candidato di essere vincente sul piano elettorale. E con tale motivazione i presunti “padri nobili” stanno elargendo padrinaggi ai nuovi rampanti. Come se le elezioni fossero domani e come se quale sia la identità strategica del partito sia questione già risolta e chiara, e ci sia solo da assestare i profili organizzativi.

Giuseppe Casadio