
Foto (giornalettismo.com)
Dopo la caduta di Berlusconi, ora quella di Bossi, sua colonna portante. Si chiude così un ventennio molto difficile per l’Italia. Forse pochi si aspettavano una fine così ingloriosa per il massimo cantore di Roma ladrona e per i suoi cari. E’ questo un altro tassello della crisi dei partiti e degli uomini politici del nostro paese. Sarebbe bello pensare di essere giunti alla fine.
Sinceramente mi sento vicino a quei miei amici e conoscenti che hanno cercato risposte alle loro ansie, approdando nel partito della Lega. Sò che tanti l’hanno fatto per protesta o consapevoli che quel partito, e i suoi dirigenti, potessero rappresentare, più di altri, un efficace antidoto al dilagare della corruzione e del malcostume oramai così pervasivi. Attese, purtroppo così miseramente deluse.
Appare abbastanza evidente che ciò che si è scoperto oggi della Lega ha trovato il suo brodo di cultura in una pratica del potere che data fin dai tempi della crescita del movimento. Più di una persona, provenienti dai luoghi di vero insediamento di questo partito, mi ha raccontato essere stata prassi assai frequente della Lega, ogni qual volta assumeva una funzione di governo, non fare prigionieri. Nel senso di praticare una funzione di controllo totalizzante del potere e di elargizione clientelare ed esclusiva delle prebende da esso dipese. Prosegui la lettura…
Di fronte alle gravissime difficoltà del Paese, ciò che colpisce è il permanere di una sostanziale, generalizzata indifferenza da parte della massa dei cittadini. Quindi della pressoché totale mancanza di partecipazione individuale e collettiva. Non nego segnali di diverso tipo come l’ultima tornata elettorale e la partecipazione ai referendum. Ma non basta. Quello che manca è la continua e metodica capacità di indignarsi e la perseveranza di un’azione volta a pretendere ascolto e a chiedere soluzioni.
Un altro aspetto assai preoccupante è dato dall’esigua disponibilità da parte dei cittadini nel loro insieme, a fare individualmente qualcosa per il bene di tutti. Quindi non solo a pagare le tasse, ma ad offrire una concreta collaborazione, tramite la correzione di determinati comportamenti e stili di vita, ed esprimendo la disponibilità a piccole azioni capaci, se generalizzate, di assumere un valore dirompente.
Di tutto questo ci sarebbe minore bisogno, se non ci trovassimo di fronte ad una vera crisi della classe politica e dirigente dell’Italia a tutti i livelli, dal nazionale al locale. La risposta allora non può essere nella dichiarazione del rifiuto della politica – anche questo sarebbe politica -, bensì nel cercare di essere protagonisti individuali e collettivi della politica stessa. Sapendo che indignarsi, proporre, chiedere ascolto, partecipare sono tratti di una buona politica.
Berlusconi ha fallito. Ha il governo con la maggioranza più ampia dal dopoguerra, ma sarà una delle legislature più brevi. Non sarà l’opposizione a mandarlo a casa, ma una parte degli uomini del suo partito e quindi della sua maggioranza. Lo mandano a casa perchè è una persona moralmente ed eticamente inadatta a guidare una grande nazione democratica. Il suo pauroso conflitto di interessi, la pervicacia nel non volersi fare giudicare dalla giustizia come ogni cittadini, le leggi ad personam per se, per i suoi sodali e per il suo impero economico, l’anima populista e antidemocratica che lo pervade, hanno (finalmente) costretto parte del suo partito a metterlo in discussione. Dopo oltre quindici anni di protagonismo della scena politica, dopo che col suo impero mediatico ha corroso e condizionato la mente di milioni di individui, originando la filosofia del berlusconismo, oggi è costretto a fare i conti non più soltanto con l’opposizione in parlamento, ma con una vasta area di opinione pubblica che gli si sta rivolgendo contro e anche con uomini e donne del suo campo politico di destra che intendono restare nell’alveo della Costituzione e del rispetto delle regole di comune civile convivenza.
Berlusconi ha fallito come uomo politico. Nemmeno può essere incensato come imprenditore in quanto sostenuto nella ricerca della sua smodata ricchezza, da leggi compiacenti e di comodo che prima una classe politica corrotta (Caf) gli ha confezionato, poi che esso stesso ha promosso. Fino all’ultima che gli consente un maxi sconto delle tasse che avrebbe dovuto pagare con la Mondadori. Ora appare come un animale ferito, stretto dalle sue stesse contraddizioni. Sbraita a più non posso, tiene la scena politica. Grida che vuole le elezioni, ma lavora per non farle, preoccupato della sua sorte personale di fronte alla legge, quando fosse un cittadino come tutti. La ragione vorrebbe che, vista crollare la sua maggioranza, si fosse già dimesso e rimesso il mandato nelle mani del presidente della Repubblica, come vuole la Costituzione. Resiste, ma dovrà farlo. Fermo restando le prerogative di Napolitano, un’ipotesi per il futuro potrebbe essere quella di mettere in sella un governo di scopo, per fare una nuova, giusta, legge elettorale che sostituisca quella porcata fatta perchè Prodi non vincesse, o non riuscisse a governare. Poi nuove elezioni politiche.
Vi invito a dare un’occhiata alla dichirazione resa da Ignazio Marino – video Youtube in fondo alla colonna di destra – dove affronta, in modo molto chiaro e per me condivisibile, il tema del rapporto fra sanità pubblica e politica. Questa dichirazione segue la pubblicazione di alcune intercettazioni telefoniche relative ad un’inchiesta giudiziaria calabrese su tutt’altri temi, dove si scopre che il lavoro di chirurgo di Ignazio Marino pare sia stato ostacolato dal momento in cui ha deciso di candidarsi alla segreteria del Pd in concorrenza con Bersani e Franceschini. Alcuni dirigenti del Servizio sanitario regionale dell’Emilia Romagna avrebbero montato un’azione di boicottaggio ai danni del senatore Pd, chirurgo notissimo e uno dei maestri del trapianto di fegato, sbarrandogli la possibilità che potesse operare i suoi pazienti al Sant’Orsola di Bologna.
Ecco il testo della notizia stampa e della intercettazione. Prosegui la lettura…

Palazzo Mengoni - Castel Bolognese
Con la finanziaria il governo aveva stabilito una serie di misura per diminuire i costi della politica, fra queste il calo del numero degli assessori delle varie giunte. Nemmeno un mese e un con un decreto si è rimangiato questa norma, che poteva avere un senso, rinviandola al prossimo anno. Dico che poteva avere un senso perché in effetti, l’elevato numero di assessori in buona parte deriva dall’ansia di accontentare i vari partiti e correnti che formano le varie coalizioni di governo e non tanto da esigenze di efficacia amministrativa. Siccome i partiti sono tanti, e in aggiunta al loro interno divisi in correnti, ci vogliono tanti assessori. Che naturalmente costano. Una volta delegati, qualcosa devono fare. Spesso capita che si pestino i piedi fra loro, producendo così inefficacia, o che tendano ad invadere le competenze dei dipendenti. Quest’ultima propensione è sbagliata in via di principio, ma potrebbe essere giustificata se i dipendenti fossero carenti di figure dirigenti. Così non è. Di solito, nel settore dipendenti, le figure dirigenziali sono troppe. Ecco quindi una lievitazione complessiva dei costi. Dico questo per avere personalmente vissuto questa esperienza. Quando fui delegato assessore a Castel Bolognese nel corso della passata legislatura, feci parte di una giunta di sei componenti con un sindaco a tempo pieno. Prosegui la lettura…
Anno che va, anno che viene. In questi giorni ogni persona è portata a riflettere. Si guarda un pò indietro, poi in avanti. Io non sfuggo alla regola, proponendo alcune considerazioni che riguardano la mia piccola dimensione pubblica, ossia il mio impegno politico. L’anno passato ha visto la cessazione della mia esperienza di assessore nell’amministrazione comunale. Non per mia volontà, tantomeno per quella dei cittadini, che non hanno avuto la possibilità di giudicarmi col voto. Ma bensì per scelta dei dirigenti protempore del partito in cui milito, il Partito Democratico. Non ho ancora ben capito le vere ragioni della mia bocciatura, non volendo dare credito alla versione ufficiale che la fa risalire a giudizi espressi nei miei confronti da alcuni cittadini in un questionario, peraltro reso in forma anonima. Più logico pensare che ciò sia accaduto come conseguenza delle idee espresse, del lavoro svolto e dei principi con cui l’ho svolto. Idee, realizzazioni e metodi derivate dall’esperienza di una vita dedicata a promuovere, sostenere e affermare gli interessi dei lavoratori e dei ceti sociali meno abbienti. Debbo dire anche con qualche risultato, se è vero che nella mia opera di sindacalista ho firmato oltre duecento accordi aziendali. E’ stata quella di assessore, in quella giunta, un’esperienza per me non positiva. Nulla a che vedere con le persone singole, rispettabili e di valore, è il complesso che non è funzionato come credevo potesse funzionare. Prosegui la lettura…

Ivano Marescotti presentato da Ignazio Belfiore
Oltre trenta cittadini hanno partecipato all’incontro con Ivano Marescotti promosso dal comitato di Castelbolognese per Marino segretario. L’incontro organizzato con poche ore di anticipo, ha permesso all’attore romagnolo di spiegare il perchè del suo ritorno alla politica attiva nel Pd dopo le sue dimissioni del febbraio scorso. Le ragioni stanno nella fiducia che nutre nella figura di Marino e nella sua piattaforma politica di netto cambiamento rispetto a come attualmente opera il Pd. La speranza di un partito con una proposta politica chiara e semplice, che discuta e che poi parli come una sola voce, che sappia dire dei no e dei si chiari, che sappia fare una opposizione senza compromessi mentre si prepara a governare; la speranza di un partito che faccia spazio ad una nuova classe dirigente, che chiuda la stagione dei dirigenti buoni per tutte le stagioni, che chieda a chi ha fallito in questi anni di fare un passo indietro, sono le ragioni di fondo del ritorno alla militanza attiva di Ivano Marescotti e di tante altre persone deluse in questi anni dalla politica del Pd.
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