Vena del gesso e sostenibilità

La settimana scorsa ho partecipato alla conferenza promossa dall’associazione regionale degli Speleologi per salvare la Vena del Gesso. Da tempo sono fuori dal tema, ma resta la curiosità e l’indole a favore della tutela dell’ambiente e del paesaggio.

Pensavo a pochi “delusi”, invece ho contato quasi duecento persone. Segno che la questione interessa. E questo è un bel segno. Ricordo che l’iniziativa degli speleologici, da sempre legati al carsismo della vena, vuole contrastare la richiesta della multinazionale francese Saint-Gobain di ampliare il fronte della cava e di acquisire nuovi milioni di metri cubi di materiale gessoso da trasformare in cartongesso e altro.

Le cose che credo di avere capito dalle due esposizioni alla conferenza, sono queste.

La Vena del Gesso emiliano-romagnolo è unica al mondo, tant’è che Regione, Comuni e Associazioni hanno chiesto all’Unesco che sia riconosciuta come Patrimonio dell’Umanità.

La tutela ambientale della Vena del Gesso è amplissima. Dall’Europa, all’Italia, alla regione Emilia-Romagna per molti decenni hanno deliberato norme di tutela di questo bene di interesse pubblico. Dal 2005 la vena è diventata Parco Regionale della Vena del gesso romagnola.

La Saint-Gobain, subentrata all’Anic nei diritti di sfruttamento, nel 2000 ha avuto il permesso di estrarre 4,5 milioni di metri cubi di materiale che dovrebbe bastare fino al 2032. Tempo abbastanza congruo per trovare una soluzione alternativa.

La coltivazione della cava, così si chiama, fino ad oggi ha cancellato dalla geografia il monte Tondo, ha irrimediabilmente compromesso il sistema carsico di grotte e geologico dei rii sotterranei.

Tutti da decenni affermano volere tutelare la vena e l’ambiente. Per questo c’è una unica soluzione: cessare l’attività estrattiva. Questo però significa creare un problema occupazionale che riguarda grosso modo 150 persone fra: azienda del cartongesso a Casola (80) addetti, quelli della cava e l’indotto.

Dalle relazioni non è emerso, ma una persona bene informata del pubblico, mi ha riferito che la Saint-Gobain non solo vuole un nuovo plafond estrattivo, ma, alla ricerca di un materiale più performante, chiede di aprire un nuovo punto estrattivo. In sostanza una nuova cava.

Il tema sul tappeto, se si vuole chiudere la cava, è quello della riconversione produttivo dello stabilimento di Casola Valsenio.

Nel corso degli ultimi venti anni, quelli dell’ultima concessione consentita, comuni e regione non hanno affrontato il tema della riconversione della fabbrica di Casola. Mentre Regione e Comuni sono da tempo impegnati nel confronto sulle richieste della Saint Gobain. Senza che abbiano minimamente pensato di coinvolgere il complesso dei portatori di interesse. E questo è sicuramente un errore perchè in questo modo si favorisce il distacco fra politica e partecipazione.

E facile prevedere che di questo problema se ne sentirà parlare molto nei prossimi mesi.

Mi ricordo di avere avuto a che fare con questa problematica alla fine degli anni settanta quando contrattavamo con la torinese Siet, azienda appaltatrice dell’Anic per l’estrazione del materiale. Già allora il tema ambientale era vivo e la Siet si preoccupava di rinaturalizzare le aree interessate all’estrazione. Ricordo che chiedevamo già allora con forza una fabbrica a Casola Valsenio per la lavorazione del gesso. Cosa che poi avvenne nel corso degli anni ottanta e che, fra altro, ci aiutò nella gestione della crisi della Copma. Rammento che ponemmo l’obbiettivo della fabbrica del gesso a Casola nella Piattaforma territoriale di sviluppo della Valle del Senio, predisposta e sostenuta per ricomporre il quadro occupazionale a seguito del fallimento della storica Cooperativa castellana.

Essendo quindi nella parte di coloro che sono combattuti per questa vicenda, mi permetto di segnalare una questione che forse, alla fine potrebbe essere dirimente per la soluzione della vicenda stessa.

Mi riferisco alla vicenda Unesco, Patrimonio dell’Umanità. Qualora la Vena del Gesso venisse riconosciuta Patrimonio dell’Umanità, senza ombra di dubbio, la ricaduta economica sul territorio sarebbe di grande portata. Basta guardare cosa è accaduto con le Dolomiti. Ma se vogliamo restare più vicini nel tempo, si vadano a vedere le ricadute avvenute nelle Langhe piemontesi dove al riconoscimento Unesco fece seguito l’immediato fortissimo incremento dei turisti e il raddoppio del valore dei terreni (già alle stelle).

Quello che mi chiedo quindi è se non convenga concentrare l’attenzione sulla vicenda Unesco, affidando a questa una valenza di “vallata” – collegandola alla ciclo via e alle zone naturalistiche del Senio – e chiudere nel modo più onorevole possibile la questione “cava”.

Foto della Vena del Gesso e di Monte Mauro