Dobbiamo cercare un approdo sicuro

“Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda… Ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.” (Papa Francesco)

Interpreto le belle parole di Francesco come una spinta verso la partecipazione. Le traduco pensando che alla barca serva una guida, anche quella del Vangelo l’aveva, ma anche un ruolo attivo dei partecipanti. Che vuole dire non solo ubbidire al capitano, ma concorrere ad individuare assieme a lui la rotta.

Pensando al coronavirus sono convinto che il capitano, dopo la tempesta, abbia individuato la rotta verso l’approdo, ma che la barca sia ancora in balia delle onde, che la rotta si possa ancora perdere e che la barca si possa rovesciare.

Il nostro approdo è la ripresa della vita normale, fatta di lavoro, di studio e di relazioni umane. Il punto è che la ripresa del lavoro, dello studio e delle relazioni deve avvenire in piena sicurezza, quella possibile, avendo però giocato tutte le carte.

Al momento in cui siamo penso che sia essenziale, prima di allentare il distanziamento sociale, individuare i portatori di virus che non sanno di averlo e quelli che avendo sintomi trascurabili, fanno finta di nulla. A Castel Bolognese, secondo la scienza, questi casi potrebbero essere fra i 150 e i 200.

Ebbene, queste persone sono fra noi. In casa, nel condominio, nella fila davanti al supermercato. Possono essere fra coloro che si incontrano col cane e che, mentre gli animali si annusano, loro fanno chiacchiere. Fra quelli che incrociandosi nel marciapiede e conoscendosi si salutano e così, se sono senza mascherina e spesso lo sono, ognuno inala l’aerosol dell’altro. E pensiamo a cosa potrebbe accadere se queste persone, positive al virus, tornassero subito in fabbrica e negli uffici. Facile capirlo: saremmo nuovamente da capo. Una nuova catastrofe.

Ascolto e leggo che anche la nostra Regione ha preso la strada di estendere i tamponi. Il buon Sergio Venturi nella sua bella trasmissione, ogni giorno ci parla anche di questo. Sono partiti da Piacenza, poi gli operatori sanitari. Però non ho ben capito quale sarà lo sviluppo dell’idea di “andare nelle case”. Se il concetto è andare nelle case per curare a domicilio le persone, si tratta sicuramente di cosa buona e necessaria, ma credo non basti. Quando si dice di andare nelle case spero si voglia dire anche andare nel territorio per scovare gli asinotomatici e quelli che potrebbero fregarsene.

Sono certo che sarà seguita la strada migliore e che al centro si manterrà la salute dei cittadini. Penso che in una scala di priorità definita dalle autorità, la scelta di estendere i tamponi sia fra le cose da farsi nel più breve tempo possibile.

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