L’Aquila e parco del Sirente e Velino, in camper

L'Aquila - La Casa della musica - Opera di Renzo Piano
L’Aquila – La Casa della musica – Opera di Renzo Piano

Abruzzo in camper. Otto giorni in Abruzzo in camper, dal 24 aprile al primo maggio, per visitare l’Aquila e l’area del Parco del Sirente e Velino. Ecco brevemente quello che abbiamo visto e dedotto con annesse informazioni per chi volesse visitare la zona.

Si può dire che l’Abruzzo sia una Regione alpina dell’Appennino. Infatti il 70% del suo territorio è montagna, il 25% collina e solo il 4% pianura. Quando nel dopoguerra si capì che in montagna non si poteva più vivere, la metà degli abruzzesi emigrò (1.300.000). Emigrarono in grande parte gli uomini adulti (Stati Uniti e Canada), parte dei quali dopo qualche anno riunì la famiglia.

Emigrarono anche un numero consistente di giovani donne verso le regione italiane del nord produttivo e industriale. Questo fenomeno consolidò e protrasse per decenni la condizione di sottosviluppo e di miseria per coloro che rimasero: un milione di persone, prevalentemente anziane, in un territorio vastissimo e aspro. Oggi la condizione complessiva è migliorata, anche grazie le rimesse in denaro da parte degli emigrati e il ritorno di parte di essi. Tuttavia resta questa, una delle regioni meno sviluppate e problematiche d’Italia.

Visitare l’Abruzzo è gradevole. Per il grande senso di ospitalità e cuore degli abitanti, per il suo paesaggio verde, per la sensazione che lascia di tornare indietro nel tempo quando il consumismo e l’effimero erano presso che sconosciuti anche nelle ricche regioni del Nord, per i buoni prodotti della sua terra e per la sapienza con la quale li ammanniscono.

Siamo partiti nel pomeriggio del 23 aprile e abbiamo pernottato a Fano. La mattina seguente, dopo esserci riforniti di pesce fresco al porto, abbiamo puntato su L’Aquila. Ci aspettavano Marco, un romagnolo emigrato in Abruzzo, che ci ha accompagnato in uno primo giro della città, e Claudia. Dal Forte spagnolo, alla nuova Casa della musica progettata da Renzo Piano e realizzata dalla provincia di Trento, giù fino a piazza Duomo. Poi ci siamo alzati per vedere lo skiline della città, la piana sulla quale è sorta, e la corona di montagne innevate che la circondano. Abbiamo parlato a lungo dell’Abruzzo e particolarmente de L’Aquila di cui ho scritto diffusamente in Ho visto L’Aquila. Fra le tante parole ascoltate, alcune mi sono rimaste particolarmente impresse: quelle di Marco quando ha detto “qua a L’Aquila tutti sapevamo che sarebbe accaduto”. La terra tremava da mesi e uno studioso aveva avvertito tutti. Certo non poteva conoscere il momento esatto dell’evento, ma solo che sarebbe avvenuto. Ragione per la quale molti ritengono che la Protezione Civile avrebbe dovuto allertare con giudizio la popolazione in modo che questa potesse trovarsi diversamente pronta all’accadimento del fatto.

Nella serata ci siamo portati a Navelli, dove abbiamo pernottato in uno dei tanti spazi pubblici disponibili. La mattina dopo abbiamo visitato il borgo, inserito fra quelli più Belli d’Italia. Un gentile signore del luogo, Olindo, che ringrazio, ci ha accompagnati ed eruditi sulla cittadina, facendoci conoscere tutte le cose più caratteristiche e belle. Le mura, le cinque porte, le case-bottega, gli antichi forni, i tanti palazzi di pregio, fino al grande Palazzo Santucci che sovrasta l’abitato. Dal palazzo si ammira la grande piana di Navelli, una del complesso delle Piane che caratterizzano la dorsale appenninica dell’Abruzzo. Qui si produce il migliore zafferano d’Italia, assieme a cereali e foraggio. Ampie zone a prato-pascolo.

Il rigido clima invernale e la scarsità di piogge non favoriscono le culture arboree. Qualche mandorlo, qualche noce, pochi campetti di olivi. Abbiamo apprezzato molto nei navellesi che abbiamo incontrato il calore e il profondo amore  per la loro terra . Abbiamo colto in loro anche un esteso senso di disagio per eccessi di campanilismo presenti in quelle terre e per un confronto politico troppo rissoso. Annoto questo aspetto proprio perchè quelle terre – belle, ma disagiate – avrebbero bisogno di tutto fuori che le beghe di campanile. Foto di Navelli.

Verso la sera del giorno dopo (25) siamo tornati a L’Aquila per una visita più approfondita ai suoi monumenti di pregio. Parcheggiare il camper non è stato un problema. A pranzo abbiamo potuto apprezzare un’ottima cucina a base di pasta, carni e legumi. Poi nel pomeriggio ci siamo recati a Santo Stefano di Sessanio, un’altro dei mille piccoli borghi di una montagna aspra. Buona parte dell’agglomerato di case antiche, presso che completamente disabitate, è stato acquistato da un ricco signore norvegese il quale ha ristrutturato diverse abitazioni con funzioni di alloggio e attività commerciali. Nelle vicinanze è sorto un piccolo campeggio con tutti i servizi, compreso una buona ristorazione, dove si può comodamente sostare con i camper (euro 18 a giorno) e dove abbiamo passato la notte. La zona, come poi quasi tutte quelle visitate, si presta ad escursioni a piedi e alla bike. Foto di S. Stefano di Sessanio.

La mattina del giorno dopo (domenica 27) ci siamo recati a Stiffe, una frazione di S. Demetrio ne’ Vestini, per visitare le grotte che prendono il nome della località. Dopo la visita guidata alle grotte (euro 10) una caratteristica  e bella cavità carsica, abbiamo visitato per comodo sentiero alcune belle cascate, nella zona sottostante le grotte. Il paesaggio è molto bello, anche se siamo rimasti incuriositi da tracce di schiuma presenti in acqua. Qualcuno ci ha detto trattarsi del mal funzionamento dei depuratori dei piccoli centri a monte.

La zona presenta un centro visite, una mostra, un bar-ristoro, un’area gratuita per la sosta dei camper con allaccio luce (euro 2,50 a giorno) il tutto gestito – compreso le grotte – da una società del posto che opera nel settore del turismo, riuscendo a dare lavoro ad un buon numero di giovani. Qui ho conosciuto la “ballerina bianca” ovvero la Motacilla alba, un grazioso passeraceo, bianco e nero, che non avevo mai visto. Nella valle scorre un canale d’acqua con a fianco un percorso ciclabile, parte di un progetto che, se non ho capito male, dovrebbe unire L’Aquila a Sulmona. Foto Grotte di Stiffe.

Nel pomeriggio abbiamo visitato il Lago di Sinizzo, un lago naturale alimentato da falda, oggi chiuso al pubblico in attesa della sua messa in sicurezza in quanto il terremoto ha prodotto importanti modifiche orografiche. Il laghetto si presenta con una piccola spiaggia che consente di fare il bagno e di essere solcato con piccoli natanti a remo o a vela. Consta di una bella area attrezzata per il gioco e pic-nic. E’ come una bella perla nel mezzo di una maestosa cornice boscosa. La notte abbiamo riposato nell’area camper di Stiffe.

La mattina del 27 abbiamo visitato San Demetrio nè Vestini, l’ennesimo borgo molto colpito dal terremoto. (Foto Lago di Sinizzo e San Demetrio)

Poi ci siamo portati a Bominaco, una piccola frazione (56 abitanti) di Caporciano. Qui la sorpresa è stata grande, ci siamo imbattuti quasi per caso in un piccolo tesoro architettonico medievale: la chiesa di Santa Maria dell’Assunta e l’attiguo Oratorio di San Pellegrino. Per la visita occorre telefonare ad una donna del posto (n telefono all’ingresso dell’Abbazia). Compiuta l’incombenza, la signora è arrivata immediatamente e, oltre ad aprirci, ci ha anche fatto da guida. Le due strutture sono integre e ben conservate. Di particolare rilievo gli affreschi che decorano le mura, sia della chiesa che dell’Oratorio. Assolutamente da non perdere. Foto Bominaco

Abbiamo poi visitato Fontecchio (410 abitanti), un’altro piccolo comune devastato dall’emigrazione dell’immediato dopoguerra e dal terremoto. Il borgo storico è fermo all’Ottocento, con tracce e vestigia dell’epoca romana. E’ malinconico e struggente, visitare questi piccoli agglomerati. Il pregio, se si vuole, è che la modernità non li ha intaccati, quindi il turista può bearsi dell’atmosfera dei secoli scorsi. Peccato che i cittadini si sentano parte di quell’arredo. In comune ho chiesto una guida della città, mi hanno detto di non averla, nonostante la toponomastica segnali molte vestigia antiche; ad un’anziano ho chiesto come stava e mi ha detto di essere pentiti – lui e la figlia – di essere tornati da poco dalla Francia dove erano emigrati. Ho notato una enorme costruzione, tipo ospedale, nuova, ma fatiscente, ho chiesto di cosa si trattasse ad una donna che mi ha detto essere una grande Casa di Riposo del Gemelli di Roma, da anni e anni ferma a quel punto. Foto Fontecchio.

Poi ci siamo portati a S. Maria del Ponte, un’altro piccolo borgo medievale fortificato, intatto, una frazione di Tione. Dieci abitanti a dir tanto, noi ne abbiamo incontrati due, abbiamo discorso e capito che cercavano in quel luogo sperduto, dove avevano trascorso la loro infanzia, l’arrivo del tempo dei giusti. Foto S. Maria del Ponte.

Verso sera, dopo una breve sosta a Castelvecchio, ci siamo portati a Castel di Ieri (343 ab.). Mi piace ricordare una bella scena vista in un bar di Castelvecchio: tante persone davanti al bar, entro e vedo un muro di uomini davanti al bancone, allungo lo sguardo e noto dietro al banco una graziosa signora, o signorina, che pareva appena uscita da una scena felliniana, tutto molto simpaticamente bello.

A Castel di Ieri, gli anziani del posto ci indicano di sostare davanti alle scuole, all’ingresso del borgo antico. Ci sono ancora ore di luce e scegliamo di visitare questo borgo. Su per la porta ogivale, fino in cima, alla grande Torre quadrangolare. Da qui la vista corre sopra i tetti antichi e una bellissima valle verde, punteggiata di giallo e di piccole borgate. Sullo sfondo il maestoso monte Sirente, imbiancato di neve. Foto di Castel di Ieri.

Dopo una tranquilla notte (28), al mattino, decidiamo di visitare Raiano. Arretriamo di qualche chilometro per riportarci sulla Statale 5 Tiburtina Valeria da dove raggiungere Raiano, passando per le gole di San Venanzio. Orridi e forre scavate dal fiume Aterno, solcano un territorio aspro e bello. Parcheggiamo con qualche difficoltà. Siamo attratti dalla Riserva naturale delle gole di San Venanzio. Ci piacerebbe vederlo, si visita solo se accompagnati. Chiediamo all’Ufficio Informazioni, ma veniamo cortesemente dissuasi, “poi con quelle scarpe?” ci dice alla fine la solerte impiegata. Intanto abbiamo saputo che nella Riserva c’è l’Eremo di San Venanzio che la pubblicità indica come spettacolare e suggestivo. Decidiamo lo stesso di incamminarci verso l’Eremo, quando, caso fortuito, entriamo in contatto con due addetti alla manutenzione dei sentieri del Parco e della montagna. Non nego di avere loro rappresentato il mio rammarico per non potere visitare quel luogo, pure segnalato dalla mappa turistica. Capiscono che non giova a Raiano una eventuale pubblicità negativa e allora si offrono di accompagnarci con appuntamento davanti al cancello dell’eremo. Dopo circa un chilometro di strada giungiamo contemporaneamente al cancello. Ci aprono ed ha inizio la visita. Un comodo sentiero ci porta in 5 minuti all’Eremo che ci viene fatto visitare, fornendo anche molte spiegazioni. Un celletta dei frati ancora adorna, una bellissima Pietà, la cappella istoriata delle Sette Marie, da dove si scende per la Scala Santa – ricavata nella roccia – fino a giungere al luogo di preghiera e penitenza del Santo. L’ambiente propone raccoglimento e misticismo. Il verde intenso della vegetazione, le alte pareti rocciose, strapiombanti e giallastre, l’acqua dell’Aterno che scorre saltellando sui sassi, invita a sedersi, osservare e pensare. Alla fine della visita ringraziamo di cuore le due persone che ci hanno consentito di fare quella scoperta e di dire a tutti che questo luogo merita di essere visitato. Del resto, come tutto l’Abruzzo. Foto di Raiano.

Dopo esserci rifocillati e fatto spese, in botteghe a dir il vero, abbastanza spoglie per i nostri canoni abituali, ci siamo diretti verso Cocullo, la nostra ultima meta, dedicata al rito dei serpari di cui ho parlato in Cocullo, la festa delle serpi. Essendo arrivati con largo anticipo sulla festa del 1° maggio, riusciamo a parcheggiare in un’area dedicata a ridosso del borgo.

Il giorno successivo, sabato 29, lo trascorriamo visitando il paesino e i dintorni. Cercando formaggio pecorino, e non essendoci botteghe – eccetto una poco significativa annessa al bar del paese – ci imbattiamo in una persona anziana che si fa carico del nostro problema. Ancora entriamo in contatto con la genuina ospitalità degli abruzzesi. L’anziano ci invita in casa, ci offre da bere – e guai a rifiutare – ci fa assaggiare del formaggio, un ottimo caprino da grattugiare. Ci dice che può venderci carne di loro bestie, lavorate in un piccolo laboratorio annesso all’abitazione. Poi telefona alla figlia alla quale chiede di accompagnarci in un agriturismo del luogo – un vero agriturismo – dove potere acquistare carne di agnello e formaggio pecorino. Decidiamo di stare al gioco, ci fidiamo e acquistiamo un poco di tutto quanto ci è stato offerto. All’uscita di casa incontriamo la nipotina, 10 anni; porta come sciarpina al collo un grazioso serpentello di circa un metro. Lo accarezza e lo mostra con garbo.

Particolarmente bella e suggestiva la visita all’Agriturismo, gestito con sapienza da una famiglia rumena della quale serbo il ricordo della maestria con cui l’uomo maneggiava la mannaia nel “ridurre” le bestiole in bistecche.

Il primo  maggio viviamo il rito dei serpari. La folla è strabocchevole, non meno di ventimila persone. La gastronomia è quella delle bancherelle delle fiere. Il rito si consuma in un grande happening collettivo, in una grande forma di Teatro illogico. Alla sera, tutti ordinatamente a casa. Noi ci rechiamo a Fano, dove sostiamo per la notte. Al mattino ci rechiamo al porto per l’acquisto di seppie e sogliole dalla barchetta, poi a casa.

Grazie a Loredana e Giovanni, ispiratori del bel viaggio che abbiamo condiviso. Grazie a Claudia, Marco, Elvira, Olindo che ci hanno ospitato con una disponibilità sorprendente. Grazie a tutti gli abruzzesi con i quali siamo stati a contatto e al loro grande cuore. Torneremo fra di voi.