Buongiorno, buon anno, buona fortuna per tutto l’anno.

Anniversario 018Era questo uno dei sermoncini che recitavamo la mattina del primo giorno dell’anno quando, da bambini maschi, ci recavamo nelle case per gli auguri. Parlo della seconda metà degli anni cinquanta. Per me era un evento atteso con un turbinio di sentimenti, fra i quali prevaleva l’ansia. Non vedevo l’ora, ma allo stesso tempo temevo arrivasse. Non vedevo l’ora perchè quell’azione mi faceva sentire più “grande”; potevo uscire di casa da solo, ancora col buio, avventurarmi per strade che conoscevo, ma senza però sapere chi avessi incontrato; temevo l’impatto con le persone adulte.

Però il gioco valeva la candela: in cambio degli auguri avrei ricevuto monetine. Le desideravo tantissimo. Sapevo che mi sarebbero servite, che finalmente avrei potuto comprare qualcosa per me. Cristo solo sa quanto desiderassi qualche gelato, un giornalino, una fionda, una cerbottana, qualche soldatino, una palla. Io ero di campagna, figlio di contadini mezzadri, quelli col padrone. Non ho mai patito fame, ho sempre avuto il necessario per l’accudimento e per la scuola, ma quanto ad altro… niente.

Quella famosa mattina, bisognava alzarsi presto, alle sei. Nessuna difficoltà perchè l’ansia mi aveva già colto e non mi aveva fatto dormire. Solo un lungo dormiveglia. Bisognava alzarsi presto perchè in tante famiglie, caso mai quelle più in alto nella mia speciale graduatoria di valori, sarebbe stato meglio arrivare per primi. Le ragioni erano due: per molte persone gli auguri più graditi erano i primi ricevuti; in secondo luogo, essendo ancora disponibili tutte le monetine, con i primi poteva capitare di essere più generosi.

Con l’incoraggiamento della mamma, partivo, a piedi e ben vestito; allora, a Capodanno, faceva freddo. In campagna, nelle case, le luci della stalla e della cucina erano già accese. I cancelli delle aie erano aperti. Arrivato alla porta di casa, mi annunciavo con un leggero toc-toc delle nocche delle dita: contemporanemante facevo partire la recita del sermoncino. Ne avevo due, che profferivo secondo i casi. Quello del titolo e uno più impegnativo, per le famiglie contadine, che recitavo in dialetto. Lo ricordo ancora, me lo aveva insegnato la mamma, diceva: “Buon giorno, buon anno, nella stalla un buon guadagno, nella stalla e nello staletto, nella tasca del vostro corpetto”. In qualche caso poi, semplicemente, Buon Anno.

L’accoglienza era generalmente benevola. Si trattava di un’antica usanza e le famiglie ci tenevano a ricevere il primo giorno dell’anno gli auguri dei bambini maschi. Si, maschi, perchè la visita di femmine si pensava che quel giorno portasse sfortuna. Quel giorno le donne, dovevano starsene a casa loro. Non conosco l’origine di questa strana credenza, ma so che purtroppo non è ancora definitivamente cessata.

In genere la porta veniva aperta e si era chiamati nella cucina. Ricordo la tavola con la coperta della festa e sopra un vassoio di zuccherini e di peschine, quelle con la crema gialla e marrone – rosse di rosolio –  e un altro vassoio con sopra piccoli calici di vetro lavorato, la bottiglia bianca del Sassolino e quella gialla dello Strega. Spesso ci veniva chiesto di ripetere il sermoncino, poi ci venivano offerti dolcetti o caramelle; sempre, la famiglia rispondeva all’augurio e il capofamiglia offriva qualche monetina, a volte, anche 50 lire. In altri casi, la porta si apriva: scattava l’augurio, si era ringraziati e ci veniva data la monetina. Di certo quegli auguri erano graditi da tutte le famiglie. Non ricevere quegli auguri il primo giorno dell’anno, era considerato da molti un segnale di sventura.

Verso le dieci del mattino tornavo a casa. Naturalmente, ero molto felice. Avevo due pugni di monete che avrei contato tante volte, ammucchiandole a pilette. E fantasticavo. Mi tornavano alla mente i desideri ed i propositi che mi ero costruito. E pensavo, pe avo. Quel sogno durava fino a sera tarda. Continuava il giorno dopo, ma non di più. Bisognava prendere delle decisioni circa l’uso di quegli spiccioli.

Alla fine, i desideri si raccoglievano, si diradavono sempre più, fino a restarne uno solo: le monete finivano… nel salvadanaio. Quella decisione è sempre stata mia e solo mia; in fondo, mi rendeva sereno e felice. Sarà per questo che ancora oggi il primo regalo che faccio ad una bimba o ad un bimbo che nasce è … un salvadanaio.