La crisi delle pesche

Ho sempre seguito con interesse le vicende del mondo dei contadini. E’ il mondo da cui provengo. Conoscendo la straordinaria importanza che l’agricoltura riveste per l’economia di un territorio, sono dispiaciuto e preoccupato per le grandi difficoltà che stanno vivendo. Tutti dovremmo essere preoccupati e tutti dovremmo quindi essere consapevoli e partecipi di questo problema. Perché la crisi delle pesche? Seguendo la stampa di questi giorni non ho esattamente capito le posizioni in campo. Ossia, le proposte dei contadini (divisi fra loro), quelle delle potenti strutture cooperative di commercializzazione e quelle del mondo politico. Credo che la stampa, anche locale, più che dare corda al folclore, dovrebbe fare un sforzo maggiore per “stanare” i protagonisti e le loro idee, se ne hanno.

Circa le cause vere della crisi della pesca “romagnola”, una delle ipotesi da non scartare è che risieda essenzialmente nella scarsa qualità del prodotto. Quello che giunge sulle tavole acquistato al super mercato, è, dal punto di vista del gusto, troppo scadente. Si tratta delle qualità ibride americane che nel tempo hanno soppiantato i nostri tradizionali cultivar, ben più gustosi e saporiti. Questo elemento è aggravato dal fatto che l’attuale logica commerciale richiede che il frutto venga raccolto acerbo. Ovviamente, sapendo che il frutto acerbo è di qualità scadente, i soloni della commercializzazione pensano di ovviare, offrendo un prodotto “bello” alla vista. Caricando così i costi della lavorazione. Il consumatore ha quindi in tavola un prodotto di poco gusto, molto caro, ma bello. Ci vuole non molto per capire che questa è, alla lunga, una strategia perdente. Probabilmente, un’altra ragione della crisi della pesca risiede nella eccessiva quantità offerta al mercato.

Quelle sopra riportate sono ipotesi che si possono trarre ascoltando la voce del buon senso e la “saggezza” delle nostre persone anziane; quelle persone che si ricordano il sapore di “quelle pesche di una volta”. Da ciò cosa potrebbe conseguirne? Essenzialmente due scelte, ma di grande portata. Innanzitutto si potrebbe pensare all’ipotesi di reintrodurre alcune delle qualità di pesche tradizionali del nostro territorio, qualitativamente migliori della media delle attuali. In secondo luogo, occorrerebbe abbreviare tantissimo i tempi fra raccolta e consumo. Si potrebbe raccogliere il prodotto in un tempo assai prossimo al punto di maturazione, ossia al momento in cui comincia ad ammorbidire al tatto. Questo comporta che la lavorazione, cernita e imballo, avvenga direttamente nel campo di raccolta. Da cui dovrebbero partire direttamente gli automezzi per l’aeroporto o la stazione ferroviaria. Consentendo così al prodotto di arrivare ad Amburgo o Stoccolma subito, ed entro pochi giorni sopra le tavole dei consumatori.

Ho letto il resoconto stampa di un annunciato documento di alcune Organizzazioni professionali del mondo agricolo. Dispiace dire che, pur di fronte ad una prosa farraginosa che ne rende abbastanza incomprensibile la sostanza, appare in buona parte come la solita, stucchevole, lagnanza/ricatto rivolta all’Europa, al Governo e alla Regione. Insomma, si va poco oltre rispetto la solita/storica richiesta di contributi (denaro) e di protezionismo mercantile. Davvero poche idee innovative.