Le cose non vanno bene

La sensazione che colgo ascoltando le persone che incontro è che il percorso della ripresa sia molto più difficile del previsto. Avere fermato un Paese è stato drammatico. Lo si è fatto avendo pensato di fare il bene di tutti, di fronte ad una sfida imprevista, ma non imprevedibile. Si poteva fare altrimenti? Non lo so, ma a ragion veduta emergono dubbi. Un numero crescente di studiosi affermano che le misure avrebbero potute essere più chirurgiche, maggiormente mirate.

Ora però si deve pensare alla ripresa. A mio parere i grandi temi sono tre. Il sanitario e il sociale, la scuola, il lavoro.

La sanità ha bisogno di ingenti investimenti immediati. Per tre mesi le persone non sono state curate. Si sono fermate la diagnostica, la prevenzione e la cura. Questo costa e costerà vittime. C’è un grande ritardo da recuperare e lo si può fare solo con elevati investimenti.

Il settore socio-sanitario deve essere riformato. Così come lo si è designato negli ultimi venti anni, non funziona. La parola d’ordine è la prossimità, il territorio. Bisogna andare incontro alle problematiche, fin dentro le abitazioni. Nelle case e nel territorio vanno sviluppate non solo la prevenzione, ma anche un determinato livello di cure. Bisogna riprendere il tema della domiciliarità delle persone e questo vuol dire rivoluzionare l’organizzazione delle nostre città, sia grandi che piccole. Anche il volontariato va riformato. Deve essere sempre meno caritatevole e sempre più informato e sociale. Va poi rivisto il tema delle badanti, ascrivendolo alla guida e al controllo dell’organizzazione socio-sanitaria pubblica.

La scuola è il settore che a me desta maggiore incredulità. Averla sospesa può essere stato giusto, ma non avere trovato il modo di farla riprendere nella sostanza, anche parzialmente, è stato incredibile. La scuola e l’apprendimento sono alla base della civiltà di ogni Paese. E’ un luogo di lavoro e di sacrificio, per tutti, dai bidelli ai docenti, agli scolari. Andare a scuola è faticoso, per tutti. Siccome non a tutti piace faticare, non riprendere potrebbe anche avere avuto il senso di averla data vinta a chi non ha remato. Sento della situazione di pericolo accampata da talune frange del mondo scolastico e mi chiedo allora cosa avrebbero dovuto dire e fare i medici di fronte al Covid. Si è praticato lo studio da casa, ma si sta scoprendo che solo una parte del mondo scolastico è stato coinvolto. Ma quanta parte? Forse nemmeno la metà. La cosa certa è che a settembre si deve riprendere, senza scuse.

Il lavoro ha mille problematiche. Il pericolo è la disoccupazione e con la nuova Confindustria non c’è da stare tranquilli. Siccome però la partita si gioca sopra un tavolo molto ampio, con tanti attori e tanti soldi sopra di esso, una cosa va detta chiara e subito: il lavoro che ci sarà nei prossimi mesi e anni, poco o tanto che sia, va suddiviso fra tutti. La cassa integrazione deve essere sempre a rotazione, per non prefigurare liste di proscrizione, la riduzione dell’orario di lavoro, temporanea ora e stabile nella prospettiva, deve essere lo strumento per governare le richiese del mercato. Chiudo con un consiglio ai lavoratori: tenete la testa alta, rivendicate la dignità del lavoro e sul lavoro. Come non mai in questa fase avete bisogno del sindacato e se il sindacato non viene da voi, andate voi dal sindacato. Pretendete che sia presente e attivo in ogni situazione che vi riguarda.

Resta da parlare della cultura, dello sport, dello spettacolo e dell’animazione sociale. Altre tegole di un tetto che deve essere sistemate in fretta.

Concludo ringraziando Sara Servadei per l’articolo che ha scritto sul Carlino il 2 giugno e che vedete in foto. Racconta una storia drammatica accaduta a Faenza, nel nostro Ospedale. Durante la quarantena abbiamo avuto tante informazioni utili, ma non queste.