Mi dimetto, era ora

M.Battaglia 018Per bacco, non so più cosa scrivere. Pensieri cupi e aggrovigliati. E l’inverno deve ancora arrivare.

Mi piaceva scrivere di politica, ma sono finito fuori rotta. Ho espresso centinaia di idee per la mia città, ma non hanno scalfito una cellula grigia. Ho parlato di amianto, di ambiente, di rifiuti, di verde, di fonti energetiche, senza avere suscitato il minimo interesse concreto. Mi hanno detto, e ripetuto, che scrivevo troppo e a sproposito; che danneggiavo l’amministrazione comunale e il partito; che avrei dovuto smettere.

Ah, la politica. Per chi, come me, ha vissuto cinquanta e più anni dentro e a fianco della politica, consapevole del suo ruolo decisivo per la condizione di vita delle persone, oggi avverte il peso della solitudine.

Lama ci diceva di lottare per affermare i diritti dei lavoratori, avendo però cura degli interessi complessivi del Paese. E il governo del Paese ascoltava Lama. Discutevamo giorni e mesi per dare corpo a quella idea. Alla fine scaturiva “il documento”. Documenti che viaggiavano dall’alto al basso e dal basso verso l’alto. Oggi il “documento” è una parola composta, perentoria. Scende dall’alto verso il basso, non ammette replica. Si perderebbe tempo. Bisogna fare in fretta.

Oggi non si saluta, si sbeffeggia. Gruppi sempre più ristretti decidono e impongono. Se non sei d’accordo, ti isolano fino a fingere di non vedere la tua esistenza. Il peggio del peggio.

Una persona intelligente che si dimette con dignità dall’organismo dirigente del suo partito, si sente dire e scrivere pubblicamente dal suo segretario: era ora.

Vent’anni di liberismo hanno aumentato enormemente le disuguaglianze, hanno accresciuto a dismisura i delinquenti, gli evasori, i profittatori. Ma anche di coloro che si sono accontentati delle briciole che cadevano dal tavolo. Ci hanno distrutto la mente. Fino al punto che oggi la sinistra dice: sblocca Italia. Come dire: tana, liberi tutti. Ancora più liberi. E quasi nessuno si chiede, per andare dove.