La pesca saturnina

La pesca saturnina
La pesca saturnina

Quando alcuni anni fa piantai nel giardino dei frutti una piantina di Pesca tabacchiera, i sorrisi si sprecarono. La presa in giro consisteva nel dire che, per mangiare la pesca, così come anche gli altri frutti, avrei dovuto fare almeno venti trattamenti in un anno e che non ce l’avrei fatta. E poi quando potevo sapere quando fare i trattamenti, io che non avevo il “tecnico/dottore” alle spalle?

Ebbene, guardate le foto; sono tre anni che mangio questa pesca, veramente deliziosa con pochissimi trattamenti alla pianta: due in inverno – uno a foglie cadute e uno a gemme ingrossate – contro la bolla e alcune (2-3) irrorate di poltiglia bordolese in estate (sostanza rameica).

Certo, la pianta è potata, viene alimentata a febbraio con un chilogrammo di sostanza organica – stallatico – e viene tenuta libera dalle erbacce con costanti zappettature attorno al tronco.

Dico questo, non ai contadini più esperti di me, ma ai neofiti che casomai vogliono provare a coltivare questa pianta.

Il frutto che se ne ricava è eccezionalmente buono, se paragonato a tutte le altre pesche di moda. Pare che la pesca tabacchiera sia partita dalla Cina. In Italia è presidio slow food alle pendici dell’Enta in Sicilia. Si può coltivare benissimo anche in Romagna.

Il frutto è caratteristico. La sua forma è piatta, costruita attorno ad un nocciolo piccolissimo; la sua pelle è vellutata e rosso scura; si addenta come un panino. La sua polpa rosacea e acquosa, emana profumi di rosa e di viola; il suo sapore, dolce e intenso, ricorda il gusto della fragola e della vaniglia.

Mi riferisco a frutti raccolti dall’albero, quando già maturi o leggermente maturi.

Che dire ancora? L’inconveniente che riscontro nella cura di questa pianta – così, come nel pesco percocca, varietà che usiamo da sciroppare – è che in primavera può comparire la bolla (nonostante i due trattamenti). Le foglie colpite si raggrinzano, la vegetazione si ferma e l’aspetto della pianta preoccupa. Se vi accade questo, sappiate che al comparire del primo sole caldo, il problema normalmente si risolve: le foglie colpite si seccano, cadono e la pianta riprende la sua normale vegetazione, portando a compimento la propria funzione.

Ovviamente, questi sono consigli per chi coltiva una pianta per l’uso familiare. Chi invece ne volesse coltivare un campo, certamente non si fidi della mia esperienza e faccia il suo percorso.

Ebbene, avete ancora nel vostro orto un poco di terreno, ben esposto al sole? Volete divertirvi e trarre soddisfazione e gusto da un frutto molto originale? Mettete a dimora una pianta di pesca saturnina.