Politica

La destra ha trovato alleati

L’anno passato ha visto l’ascesa al potere della destra. A trainare la cordata è stato il partito che ha raccolto l’eredità del fascismo. Avevamo già visto questo con Alleanza Nazionale, sbolognata da Berlusconi, dopo un’abiura di prammatica di Fini. Questa volta è diverso. FdI e Giorgia Meloni appaiono egemoni, con i piedi ben piantati per terra. Hanno alle spalle un partito vero, diffuso su tutto il territorio nazionale, una ideologia comprensibile, un disegno di vasta portata e una forte determinazione.

I loro pilastri sono il nazionalismo, la conservazione sul piano sociale, il privato che prevale sul pubblico, la negazione delle libertà civili, una buona dose di populismo. Si apprestano a cambiare la Costituzione nella visione del presidenzialismo, ovvero della concentrazione dei poteri e del governo di pochi.

La sinistra – o, per meglio dire, lo schieramento avverso – non ha voluto contrastare questo disegno e nemmeno ha saputo mitigarne l’esito. In barba ad una (sciagurata) legge elettorale che obbliga a stare insieme, se si vuole avere speranze di vittoria, si è frantumata in tanti rivoli, arrendendosi prima di combattere. Il risultato è quello che stiamo vedendo.

Mentre ci si chiede se il Pd sopravviverà a se stesso, Renzi e Calenda, abiurando il partito che li ha fatti conoscere e crescere, hanno scelto di offrirsi alla destra estrema, di giocare di sponda con loro per soddisfare il loro ego e, come si è scoperto, seguendo una loro razionale inclinazione di fondo.

L’estrema destra al potere e il salto della quaglia di espressioni importanti della politica nate a sinistra sono state le due principali novità della politica italiana dell’anno appena passato.

A questi si aggiunge la crisi del Pd. Un partito che si è dimostrato troppo di governo e di potere, fino a svenarsi al cospetto di idee e programmi non suoi, ma proposti come ragione di stato, fino all’acquiescenza supina a Mario Draghi. Ora il Pd deve rifondarsi, scegliendo di volere esistere, a partire dalla sua struttura di partito. Deve ritrovare la strada delle idee all’interno di una ideologia progressista. Una discussione ora, basata sulla leaderschip, su chi deve essere il segretario, serve solo a mitigare la fine.

Bisogna prima decidere dove si vuole andare e come, poi affrontare il tema del gruppo dirigente e del Segretario, come un di cui rispetto a quanto sopra detto. L’unica cosa che al momento penso sui nomi in ballo e che mi sento di dire è che, se parliamo di cambiamento vero, con tutto il rispetto che nutro per la persona, la soluzione non mi pare possa essere quella di Stefano Bonaccini. Figura un poco egocentrica ma certamente di valore, al momento adatta ad altri compiti.

 

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