Ritorno dal sud dieci, Fossacesia

Dopo ventun giorni girovagati in un’Italia bella, intrigante, che si arrovella alla ricerca di una migliore condizione che non trova e allora si arrabbia, risaliamo verso la bruma della Valle padana. Non che mi dispiaccia. Abitiamo in una delle regioni – l’Emilia-Romagna – più progredite al mondo. Ricca di lavoro, di opportunità per chi vuole coglierle, di benessere, di storica solidarietà.

Per la sosta scegliamo la Marina di Fossacesia, la costa dei trabocchi.

A circa due chilometri dal suo centro c’è una bella area di sosta sul mare. Costa 10 euro al giorno e offre tutti i servizi utili al turista in camper. Si chiama Il Chiosco. Siamo in val di Sangro, in provincia di Chieti, in Abruzzo. E’ una zona che non conosco. Qui la Fiat, aiutata dallo stato, negli anni ottanta costruì Sevel la grande fabbrica del Ducato e altri furgoni.

Questa è la costa dei trabocchi, quelle costruzioni da pesca che in Romagna chiamiamo padelloni. Eretti su pali di legno nell’Ottocento dagli ebrei, nel secolo scorso sono stati rinforzati con putrelle di ferro. Da macchine da pesca sono stati trasformati negli ultimi decenni in ristoranti apprezzati dai turisti. Sono costruzioni molto belle, che la Regione conserva e tutela con leggi apposite.

Anni fa da queste parti dovettero arretrare la ferrovia perchè il mare la erodeva irreparabilmente.

Da allora i comuni costieri stanno lavorando per trasformare la vecchia sede dei binari in una pista ciclabile. L’idea è buona perchè si integra con un ambiente che si presta ad un turismo dei luoghi, amante della natura, della tranquillità, del riposo. Al momento sono in funzione alcuni tratti, credo circa 20 chilometri. Alla fine il percorso sarà di 40, da Vasto a Ortona. Si snoderà lungo la costa, sopra la scogliera e tratti di spiaggia che qui è di sassi con pochi segmenti di sabbia, alla vista dei trabocchi e di un’acqua che da queste parti è cristallina.

La ferrovia trasformata in ciclabile.

Devo dire anche di una sorpresa e di un incontro che mi ha lasciato un ricordo che conserverò per lungo tempo. Partendo dall’area di sosta e camminando lungo la ferrovia, verso sud, dopo avere attraversato il ponte alla foce del fiume Sangro, siamo giunti nella Marina del comune di Torino di Sangro. Non sapevo esistesse. Il paesaggio nella sua semplicità, è sorprendentemente bello. Piccole case di villeggiatura in un contesto urbanistico abbastanza ordinato; strada lungomare ampia, illuminata con gusto; verso il mare una fascia di dune di sassi, con i caratteristici arbusti, protetta e che la si attraversa esclusivamente sopra alcune passerelle in legno.

Marina di Torino di Sangro.

Poi, certo, anche un grande albergo che stona; la mancanza di almeno un punto di ristoro aperto. Ed è qui che incontro Giovanni, una persona anziana, avrà ottant’anni. Osservava con sguardo interrogativo il lavoro di una ruspa intenta ad erigere una barriera di sassi a mare. Mi viene voglia di parlargli. Alla prima domanda mi scruta, poi inizia a rispondere, a bassa voce, soppesando le parole.

Come sempre, le mie domande tendono a conoscere i luoghi e le persone. Mi dice che lui in quella spiaggia ha costruito da tempo, con le proprie mani, una casa di villeggiatura e che per questo quelli del paese e della campagna lo hanno sempre ritenuto un “matto” al pari delle altre persone che si sono battute per sviluppare l’idea dello sfruttamento per fini turistici quella costa, quel tratto di mare, che ha di fronte a se un territorio storicamente sottosviluppato. Dice che quella è stata sempre una zona agricola con i contadini, legati alla loro storia e al loro lavoro e che mai hanno capito che la marina e il turismo potevano essere una risorsa per tutti.

Gli chiedo dello stabilimento della Fiat e degli operai. Mi dice che gli operai – tolti dalla campagna per la fabbrica – si sono inurbati a Fossacesia, mentre i tanti dirigenti hanno popolato il comune di Lanciano. Quindi le marine sono rimaste confinate, hanno progredito lentamente, senza grandi investimenti e forse questo è l’elemento che oggi sta dando valore alla zona.

Cambio discorso e gli chiedo chi siano i giovani ragazzi di colore che già da ore vedevo passare a piedi o in bici, passeggiando. Come pensavo, sono gli emigrati del mare in attesa di sistemare la loro posizione. Tendo a rilevare la loro sofferenza, Giovanni ascolta, poi abbassa lo sguardo. Parlo delle umiliazioni che spesso subiscono, di quanto sia precaria e incerta la loro esistenza e quanto sia oscuro, indecifrabile, il loro futuro. Giovanni  alza lentamente lo sguardo e con gli occhi venati di tristezza e lucidi, annuisce impercettibilmente e dice: anche loro hanno un’anima. Fa una pausa e dice: Anch’io sono stato un emigrato.

Colgo la sua tristezza, lo tocco leggermente sulla spalla come a incoraggiarlo. Allora aggiunge: sa, io ho un nipote di cui vado molto fiero. Fa il medico in ospedale. E’ figlio di operai, a lui nessuno ha regalato niente. Leggera pausa e aggiunge, quando lo vedo gli dico: ricordati che quando non puoi fargli più nulla, fagli un sorriso… un sorriso fa bene. Come potete intuire, si riferiva agli ammalati del nipote e implicitamente anche ai ragazzi migranti.

Mi coglie la commozione, capita raramente. Gli chiedo come si chiama, gli porgo la mano e un gesto che sa di abbraccio. Lui, visibilmente commosso, coglie e mi saluta.

Giovanni, presto tornerò alla marina di Torino di Sangro, ti cercherò e continueremo quel dialogo.

Finisce così un lungo viaggio nel sud dell’Italia. Un’Italia che a me piace e che racconto come la vedo. Spero possa contribuire a riflettere sui problemi del nostro tempo.