Grazie a chi lavora

In tempo di coronavirus, dopo i primi giorni di ambientamento alla condizione di reclusi in casa, comincio a riflettere e a mettere ordine nei vari pensieri. Siccome ciò che stiamo attraversando entrerà nella storia, utilizzerò questo mio spazio di libertà per concorrere, come posso, ad aiutare il presente e a pensare al futuro. Illustrerò questi articoli ogni volta con una pianta, affidando ad essa il significato di forza, tenacia, lunga vita.

A chi legge questo scritto dall’estero dico che questa, in Italia, dovrebbe essere la settimana in cui si raggiunge il fondo del baratro e si comincia a risalire. L’effetto delle misure coercitive prese dal Governo si pensa avranno questo percorso. Questo virus lo immagino come un’onda del mare. Parte, percorrendo un ampio territorio, si alimenta e cresce seminando morte e danni, poi si infrange contro le opere di difesa. A quel punto rifluisce. Ha perso energia e quindi perde potenza distruttiva che però diluirà in un tempo più lungo. Ma si fermerà.

Oggi vorrei riflettere sulle opere di difesa. Quali sono? A mio parere sono tre: le scelte del Governo e del Parlamento; il lavoro di chi combatte in prima linea e di coloro che li riforniscono e che mantengono accesa la fiammella del futuro possibile; il comportamento di chi, non lavorando o non potendo lavorare, è chiamato alla funzione neutra di non aggiungere danni al danno.

Il Governo. Abbiamo visto quanto le scelte possono essere diverse solo se pensiamo a quelle che pare abbia assunto l’Inghilterra. In Italia si è scelto la strada della tutela della salute dei cittadini fondandola sull’universalismo della sanità pubblica, mentre in Inghilterra pare si voglia favorire una sorta di selezione darwiniana della popolazione, lasciando morire i deboli.

Il lavoro. Coloro che elogiano sperticatamente il lavoro di medici e infermieri e parlano degli altri che operano come di “carne da macello” a me pare compiano un errore davvero grave e poco comprensibile, trattandosi spesso di “progressisti”. Io vedo il lavoro in Italia oggi come una piramide in cima alla quale ci sono gli operatori sanitari. Sotto i quali però ci sono chi li approvvigiona, coloro che producono prodotti utili al fine e coloro che mantengono viva la fiammella della speranza verso il futuro. A me queste componenti paiono un tutt’uno che si tiene. E guai se questa catena dovesse spezzarsi. Il mio grande ringraziamento va quindi, senza alcuna ombra di dubbio, a tutti coloro che pur fra difficoltà e paure indicibili continuano a produrre beni e servizi. Certamente, andrà scritto un capitolo a parte sugli operatori sanitari e sul nostro sistema sanitario.

Chi non lavora. Noi siamo chiamati a dare una mano adottando comportamenti di vita appropriati. Ci viene chiesto di contribuire a rompere la catena del virus, non favorendo il suo propagarsi. Tutti, penso, capiamo come sia giusto e necessario. Da settimane siamo bombardati di messaggi in questo senso. La stragrande maggioranza dei cittadini capisce e si adegua, ma sono ancora troppi quei pochi che “non capiscono”. Certo, cosa vuoi che sia andare nell’orto quando non c’è nessuno, oppure una camminata in zona isolata, o la breve visita ad un parente. Non è nulla di che, ma se quel “diritto” viene esercitato da tutti – e come non potrebbe essere diversamente – vuol dire che in un battibaleno siamo tutti fuori e siccome non siamo in un Truman show diventa inevitabile giungere a contatti e a veicolare il virus che nessuno vede e che potenzialmente tutti possiamo avere appresso.

Concludo dicendo che trasgredire la norma, uscendo di casa oltre al consentito, equivale ad irridere tutti coloro che disciplinatamente stanno in casa. Equivale, purtroppo, ed è ancora peggio, a sbeffeggiare coloro che sono in prima linea a combattere per la nostra vita e che ci chiedono in ogni modo di aiutarli, restando in casa.