Regionali, analisi del voto

Rino Gennari
Rino Gennari

Come di consueto, dopo ogni elezione redigo una nota nella quale riassumo le mie analisi e valutazioni sui risultati, le quali di norma giungono dopo che a livello nazionale analisti e opinionisti di ottimo o buon livello, “indipendenti” o di parte, hanno elaborato e pubblicato le loro analisi e opinioni, le quali sono ormai note a tutti gli interessati. Nonostante che in questo caso io ritenga di non approfondire l’analisi a livello dei comuni ravennati, in quanto ciò risulterebbe di interesse minimo, di fronte ai macroscopici cambiamenti emersi dal voto del 23 novembre, procedo ugualmente, perché mi preme introdurre alcune sottolineature. Lo farò dal punto di vista di chi è interessato alla sinistra e alle prospettive della democrazia partecipata, e tuttavia cercando di essere obiettivo.

I cinque dati più rilevanti consegnatici dal risultato elettorale, come è noto sono i seguenti: un astensionismo di proporzioni allarmanti, clamorose, specie trattandosi dell’Emilia-Romagna; un crollo di voti del PD, con un netto calo percentuale rispetto alle europee (meno 8%); un c rollo di FI, affiancato da un forte balzo in avanti della Lega, che sfiora il venti per cento, dopo le percentuali molto basse delle europee e delle politiche del 2013 e il tredici per cento delle regionali del 2010; ancora un crollo, in questo caso del M5S, rispetto alle europee e soprattutto alle politiche del 2013; SEL e l’Altra Emilia- Romagna, calcolate assieme, anche se la prima, ancora una volta si è presentata alleata al PD e la seconda in alternativa a questo partito, rispetto alle europee, dove erano unite nella lista Tsipras, sono passate dal quattro all’otto per cento con una lieve riduzione del numero di voti, ma l’area è rimasta sostanzialmente stagnante rispetto alle politiche 2013 e alle europee 2010. Ho preso a riferimento solo i dati regionali e non anche quelli della nostra provincia, perché questi sono sostanzialmente la fotocopia dei primi.

Che dire?

C’è chi, tra quelli impegnati in politica, incolpa gli astensionisti per l’enorme massa di astensioni. Bersaglio sbagliato. Spetta alla politica e ai suoi protagonisti a tutti i livelli convincere gli aventi diritto al voto che, andando a votare, oltre ad adempiere un dovere civico ed esercitare un diritto, è anche utile. Nel nostro caso, la maggior parte di coloro che in questa occasione non si sono recati ai seggi, sono stati scoraggiati da molteplici ragioni. Tra queste, alcune delle quali tra loro interconnesse, ritengo ci siano le seguenti, alcune specifiche regionali e altre nazionali.

Per il livello regionale, dice bene Nadia Urbinati: “Questo PD si appoggia sulle spalle di giganti, dei quali non ha né la statura etica, né la visione politica, né la solidità rappresentativa. Un partito di soli politici di professione e per giunta con qualche ombra per una troppo lasca interpretazione per l’uso dei rimborsi … … .” Io aggiungo che si è visto di più e di peggio, come per esempio l’esistenza di un sistema di potere molto chiuso e parzialmente sordo, salvo che nei confronti dei grossi imprenditori. E tutto questo l’hanno capito e rifiutato centinaia di migliaia di aventi diritto al voto. I quali, inoltre, hanno anche capito e rifiutato i contenuti e la direzione della parabola nazionale renziana, la quale produce scelte di destra sul lavoro, nella politica economica, con le sue “riforme” istituzionali ed elettorali. Tra l’altro, sia detto per inciso, a pochi giorni dalle elezioni Renzi ha sferrato un duro e indiscriminato attacco alle Regioni, il quale è apparso come parte di una strategia più generale tesa a sterilizzare, a rendere ininfluenti e alla fine squalificare le Regioni stesse, per poi eventualmente, toglierle di mezzo. Si aggiunga la guerra di Renzi ai sindacati, soprattutto alla CGIL, teso a neutralizzare un soggetto il cui ruolo è quello di difendere valorizzare il lavoro e la dignità del lavoratore, e anche di proporre una prospettiva di sviluppo opposta a quella sostenuta da Renzi.

Dopo questo voto Renzi ha detto; “Abbiamo vinto due a zero, e l’astensionismo è questione secondaria.” Io credo si possa dire invece che questo voto ha certificato la vittoria della piazza del 25 settembre sulla Leopolda e che l’enorme astensionismo costituisce un grave problema per la qualità della nostra democrazia.

A questo punto sorge l’interrogativo. Se queste sono le ragioni dell’astensionismo oggetto della nostra attenzione, che proviene dal PD e anche dal M5S, perché questi elettori non hanno scelto le formazioni collocate a sinistra del PD? Per SEL, come potevano, essendo questa alleata con il PD? Per l’Altra Emilia-Romagna, ha pesato il fatto che questa formazione è molto giovane, insufficientemente strutturata, poco conosciuta. Inoltre, ha deciso di partecipare alle elezioni all’ultimo momento, dopo molte incertezze. Ora c’è chi, tra i dirigenti di SEL provinciale, si dichiara molto soddisfatto dal risultato ottenuto dal suo partito. A questo proposito ha ragione Marco Furfaro, dirigente nazionale di SEL: “… a sinistra non c’è niente da festeggiare. Perché se dopo le piazze piene di gente, gli scioperi, le manifestazioni e il conflitto sociale che c’è nel Paese, esulti per un 3% (del 40% dei votanti), sia dentro che fuori la coalizione, sei da ricovero.”. Anche per questo sbaglia chi dentro SEL provinciale sostiene che oggi è il tempo dell’agire e non della meditazione. E’ una enorme e pericolosa sciocchezza. Bisogna, certo, agire di più, ma nell’azione di SEL c’è molto da correggere, e per questo è necessario anche meditare, riflettere, per capire cosa e come cambiare. Ormai da anni SEL viaggia sul crinale del 3%: è tempo di cambiare.

La via nazionale e regionale è quella di costruire un nuovo soggetto di sinistra che includa, aperto. Pare che si stia lavorando in questa direzione. Mettiamoci in condizione, come SEL provinciale e regionale, di dare il nostro contributo.

A livello regionale c’è chi propone di lavorare assieme all’Altra Emilia-Romagna per accentuare il segno di sinistra nella politica della Regione. Va bene, ma sarà molto difficile, con SEL incastrata nell’alleanza con il PD. Comunque, se ci saranno dei contatti tra le due formazioni, è meglio che stiano in disparte quei dirigenti di SEL che negli ultimi mesi hanno insultato e dileggiato la formazione con la quale ora si vorrebbe collaborare. Quei dirigenti, evidentemente fuori di testa, non hanno mai ascoltato gli inviti a fermarsi, a smettere.