Dolomiti, Valle di San Vito e Bonacossa

San Vito di Cadore – Rifugio San Marco

Descrivo brevemente due escursioni casomai qualcuno fosse incuriosito e le volesse percorrere. La nostra base è un piccolo campeggio a San Vito di Cadore in provincia di Belluno, pochi chilometri da Cortina.

 

 

 

 

 

 

Forcella Grande – Valle S.Vito – Corno del Doge. Punto di partenza il rifugio Scotter (1500 m.) dove arriviamo in auto più seggiovia (6 euro). Si sale in 40 minuti al rifugio Cai San Marco (1830 m). Un manufatto antico, caratteristico e strategico per chi vuole addentrarsi nel Sorapiss, ma anche nelle Marmarole. Poi verso la Forcella Grande. Dopo un breve tratto di abetaia e mughi il sentiero si inerpica lungo le roccette e i sassi di un colatoio. Saliamo avendo costantemente alle spalle la valle del Boite e l’abitato di San Vito. Dopo un’ora e un quarto si arriva alla Forcella (2250 m.). La veduta che ci troviamo di fronte è di grande effetto. A sinistra il massiccio del Sorapiss, a destra la Torre dei Sabbioni e la Costa Belprà. Davanti la verde valle d’Ansiei, in lontananza i Cadini.

Decidiamo di scendere lungo il sentiero 226 fino ad un punto in cui una tabella indica la Val San Vito (2040 m). Sulla destra il Corno del Doge con la cengia che vogliamo percorrere.

San Vito di Cadore – Torre dei Sabbioni

Pochi metri dopo la tabella una traccia di sentiero ci porta sul 280 (attenzione, il punto in cui si stacca dal 226 non è indicato). Incontriamo quasi subito una sorgenete che sgorga copiosa dal terreno, poi il sentiero diventa un percorso alpino per persone esperte, non adatto a tutti. Stretto, in alcuni punti molto esposto, brevi tatti da arrampicare, il sentiero porta prima alla testa di un piccolo nevaio, poi sulla Cengia del Doge. Qui, alla vista della ferrata che accompagna l’ardita cengia attorno al Corno per arrivare poi al bivacco Voltolina e oltre, decidiamo di desistere.

Siamo in cammino da quasi 4 ore e non siamo sicuri delle nostre forze. Inoltre sono passate le due del pomeriggio, dobbiamo rifocillarci e rischiamo la pioggia nella discesa dalla forcella. Allora perchè rischiare? Torniamo sui nostri passi.

Risaliamo la forcella, ci rifocilliamo e scendiamo di passo svelto prima al San Marco, poi allo Scotter e al parcheggio della funivia. Dalla partenza sono passate sette ore. Ci resta negli occhi l’incomparabile bellezza delle vette dolomitiche, addosso un senso di appagamento che ci riconsiglia con il mondo … e la constatazione di avere incontrato lungo il percorso più donne che uomini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sentiero Bonacossa – Veduta

 

 

 

 

 

 

 

 

Sentiero Bonacossa. Abbiamo pensato di ripercorrere la parte finale del sentiero Bonacossa. Quella più ardita del sentiero militare che congiunge il Col de Varda (Cadini di Misurina) con le Tre Cime di Lavaredo. Punto di partenza il casello del pedaggio stradale per salire alle Tre Cime (m 1850). Percorrendo il sentiero n 119 arriviamo in un’oretta alla Forcella Rinbianco (2176 m). Siamo sul Bonacossa. Ancora una vista mozzafiato; dietro le guglie dei Cadini, davanti la verde Val Marzon con sullo sfondo le Cime Undici e Dodici.

Questo tratto di sentiero ha le caratteristiche di un percorso di alta montagna, quindi non adatto a tutti. A tratti è esposto, anche se protetto dall’ausilio di tratti di fune. Occorrono vestire casco e imbrago. La prima parte del sentiero si snoda sul lato est dei cadini di Rinbianco e delle Bisse. Scende leggermente per poi risalire fino a superare il contrafforte roccioso, con l’ausilio finale di una scaletta e della corda ferrata. Ora siamo sul versante ovest. Si gode di una vista splendida.  Siamo ai 2300 metri. Il sentiero è tranquillo. Si ha quindi la possibilità di ammirare in tutta la loro maestosità e bellezza le vette che ci circondano; dal Cristallo, alla Croda Rossa di Cortina, al Monte Piana, alle Tre cime di Lavaredo e a tante altre di cui non ricordo il nome. Una andatura lenta e riflessiva, consente di dare un’occhiata a

Sentiero Bonacossa – I Cadini di Misurina

ciò che resta del passaggio dei soldati della Grande guerra per ricordarne ancora una volta a noi stessi gli orrori. Lungo il percorso abbiamo incontrato diversi gruppi di persone, in prevalenza non italiani (francesi e spagnoli).

Arriviamo nel grande prato che ci porta al rifugio Auronzo. L’occhio cade sulle auto che salgono, arrancando, e agli eroici ciclisti che pedalano a zig-zag. Poi si scorgono i grandi parcheggi per i mezzi motorizzati e si pensa ai rilevanti introiti del comune di Auronzo. Per un attimo pensiamo che una parte potrebbe essere destinata per una migliore manutenzione dei sentieri della zona. Dopo una buona sosta ristoratrice scendiamo verso il sentiero in basso, il 101, che in mezz’ora ci riporta al casello da dove siamo partiti. Il tutto percorso comodamente in cinque ore.