Moretto da Brisighella

Non si tratta di un brigante dell’ottocento. E’ il nome creato per un tipo di carciofo romagnolo di collina, dai miei compaesani di Brisighella, che poi sono riusciti a imbastirci sopra una favola, una affabulazione, tale da ottenere il riconoscimento DOC. Naturalmente solo entro i confini del comune.

Stamattina siamo andati a camminare a Brisighella. Siamo incappati nella sagra del Moretto e ci siamo intrufolati, curiosi nel mercatino. Per fortuna, nessuna bancherella dei mercati cittadini, ma tante piccole vendite di produttori locali. Questo è bello perchè i nostri prodotti e la filiera corta aiutano il territorio, l’ambiente, il paesaggio e la loro conservazione. Lasciando intravedere quello che potrebbe essere il modello di sviluppo trainante dell’economia italiana.

Ci siamo avvicinati allo stand della Pro Loco, benemerita e vessillifera del moretto. Subito, siamo stati attratti da un bel prosciutto che si stava rosolando allo spiedo, curato a vista da due colossi baffuti, ai quali non ho pensato di chiedere cosa pensano del moretto. In un cantuccio un cestino di carciofini, come in diverse bancherelle, ma sempre come contorno. Curiosi, abbiamo sbirciato in giro i menù offerti e qui il moretto usciva. Come condimento, come contorno, ma anche in proprio associato a due altri grandi prodotti: l’olio Brisighello (stessa storia del moretto) e formaggi pregiati come i pecorini e la forma.

Da buoni romagnoli del fare, abbiamo annusato, sbirciato, copiato, immaginato poi ci siamo detti: corriamo a casa a “lavorare” i nostri moretti di Brisighella, quelli che noi coltiviamo a Cotignola. Però con una sporta colma di formaggi e vini, che ci mancavano.

Nel frigo avevamo 10 moretti di Brisighella cotignolesi; nel freezer una trentina di tortelli di zucca (delicati, ma non dolci). In una bottiglia, dell’olio Brisighello di un podere confinante con Brisighella. Poi della forma di bufala (se non è un bufalaro quello che me l’ha venduta, ieri mattina a Riolo Terme).

Abbiamo tolto dai capolini le brattee esterne più dure e posti in acqua fredda acidulata col limone (altrimenti diventano scuri). Poi affettati finemente, dal basso verso l’alto, scartando mano a mano le brattee, quando indurivano leggermente. Insomma, bisogna usare le parti decisamente più tenere. Poi abbiamo scagliato sottilmente (pela patate) almeno un etto di “parmigiano” di bufala.

Diviso in due i prodotti, con una parte abbiamo condito i tortelli (appena scolati, abbiamo messo sopra i carciofi crudi, la forma, due giri di olio e saltati per dieci secondi). Abbiamo poi unito il resto dei carciofi con l’avanzo della forma, condito col Brisighello e messo il prodotto sopra due sottili crostini di pane insipido. Devo dire che in entrambi i casi il risultato è stato molto buono.

Questa storiella, oltre a confermare il detto che i romagnoli hanno tanta fantasia da riuscire a spremere sangue dalle rape, ci dice che quel carciofino, così antipatico – perchè minuscolo e spinoso – è un prodotto ottimo. Ha un sapore leggermente amarognolo e di tannino. Per questo molto gustoso, ma anche particolare. Prende dal cardo e dal sedano. Masticandolo, richiama saliva e questo favorisce la sua degustazione. Quindi, buono il moretto e bravi i brisighellesi.

A chi non è di Brisighella suggerisco: se avete qualche metro di terra, ovunque voi siate, mettete in autunno qualche getto vegetativo di questa pianticella (ancora ottimamente particolare perchè non ancora geneticamente manipolata). Gustatevi i suoi frutti – non saranno a marchio DOC, ma egualmente ottimi – e non fate troppa propaganda. Non vorremmo mai che qualche Monsanto venisse a saperlo.