Politica

La militanza, un valore che cambia

Alcune settimane fa ho staccato per la cinquantesima volta la tessera del partito in cui milito, ininterrottamente, dal 1962. Un tempo questo elemento aveva un valore, soprattutto per i partiti storici, ora non saprei. Anzi, sono propenso a pensare che per molti di quelli attuali possa trattarsi di un impaccio.

Decisi di tesserarmi, a tredici anni, a Cotignola, nei Pionieri. Era la leva dei “giovani” dei giovani del PCI. Poi a quattordici anni nella FGCI  e a venti nel PCI, partito del quale ho seguito le varie tappe, fino al PD.

La mia era una famiglia di contadini poveri, della collina. Antifascisti, di sinistra, partecipi alla vita delle organizzazioni sindacali contadine prima e operaie dopo. Lavorando fino da bambino nei campi, ascoltando le ragioni del contrasto con il padrone agrario e vedendo successivamente la sofferenza del babbo, già minato nel fisico dalla guerra, quando entrò in fabbrica, colsi subito da che parte ero nato, con chi dovevo stare, per chi e per quali cose dovevo battermi.

Dopo la scuola professionale, – verso cui ero stato indirizzato, nonostante ottimi voti, dall’allora scuola di classe, in quanto figlio di contadini – la fabbrica, poi il sindacato, infine una legislatura da consigliere comunale con deleghe di assessore. Il filo invisibile, pur tuttavia solido, che ha condotto la mia esperienza di vita è sempre stato il partito in cui militavo. Le idee che hanno orientato la mia azione, quelle della difesa dei lavoratori, delle persone più deboli, dell’eguaglianza nei diritti e nei doveri, dell’onestà e della libertà. Nonostante la militanza, il mio spirito è sempre stato quello di una persona libera.

Rivelo questi aspetti personali della mia vita, non per vanto, ma per rafforzare in chi mi legge il senso del valore della militanza nelle organizzazioni che accomunano idee e destini per la realizzazione dei fini verso cui si tende. Qualunque essi siano.

Oggi il mondo gira diversamente. La brama del possesso di beni materiali, e soprattutto di potere, che possa soddisfare l’ego personale e della ristretta cerchia degli accoliti, sta rovinando tutto. Tutto tende ad essere omologato al sistema di potere costituito, le voci ritenute scomode non vanno ascoltate. E si tende a fare questo nel modo peggiore, e più doloroso per chi ne è oggetto: fare finta di nulla, eludere. Come, cancellare.

In ciò che ho affermato c’è molto della mia esperienza personale, nella seconda fase della mia attività lavorativa e politica. Ma sò essere questo, un dato comune a tante persone che hanno creduto e credono nella politica. Speriamo che presto qualcosa possa cambiare. Che gli ideali progressisti, l’ascolto, la valorizzazione del merito, la mediazione e la capacità di sintesi per il bene comune, possano prevalere. Ma non ne sono più così certo.

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