Non può essere una guerra
Fiumi e acqua chiedono più spazio, il territorio deve adeguarsi

Non deve essere una guerra fra campagna e città, ne una guerra fra pianura e montagna. L’uscita del progetto di variante al Pai del Po che estende all’originale i bacini idrografici del Reno e dei fiumi romagnoli, crea discussione. Al momento appare come fuoco sotto la cenere, ma è probabile che presto venga alla luce. Parliamo dei fiumi romagnoli e del progetto per mitigare il rischio di nuove catastrofi.
Il progetto è redatto dalla componente tecnica che sovrintende al Po. Penso quindi si tratti del massimo di garanzia che possiamo avere. Molto difficile fare le pulci a questo progetto. Si rischia di cadere nel ridicolo. Certo ogni lavoro è perfettibile. Ampliare la partecipazione può aiutare. La base da cui si parte però è certamente solida.
L’apparato tecnico ha lavorato, al massimo livello. Ora spetta alla politica calare la progettazione nei territori, governare con acume i problemi, creando le premesse perchè i lavori siano efficaci.
Alla base della progettazione che guarda al futuro c’è l’idea di dare spazio all’acqua e ai fiumi. Tema che viene affrontato e soluzioni che vengono proposte dopo avere analizzato la morfologia dei territori e tanto altro. Tutto sommato è abbastanza facile individuare gli spazi per contenere l’acqua, visto che fa il livello. Quindi penso ci sia da discutere, ma non troppo.
La progettazione generale e quindi anche le misure contenute nella monografia del Senio si basano su due capi saldi: ampliare la portata del fiume e la creazione di un sistema di casse di espansione e aree di esondazione controllate per gestire l’acqua che non può essere contenuta dentro gli argini.
Per ampliare la portata del fiume il Piano prevede, se non erro, di lavorare sulle aree golenali, abbassandole ove possibile, e favorire entro limiti di progetto studiati la velocità dell’acqua, operando sulla scabrezza. Che vuol dire gestire secondo regole prefissate la vegetazione e non creare il deserto dentro al fiume.
L’acqua che non può essere contenuta entro gli argini deve prendere due vie: quella delle casse di espansione dove viene indirizzata a forza, se così si può dire, parte della quale dovrebbe rimanervi per potere essere ridata al fiume in estate (come prevedeva il progetto delle casse di Cuffiano/Tebano). E quella delle aree di laminazione che entrano in funzione a scalare e in maniera controllata, prima della esondazione del fiume. Un sistema questo che dovrà prevedere lo scarico successivo tramite la rete scolante secondaria (credo).
Dove realizzare queste opere? Penso non ci sia dubbio alcuno: lungo tutto il percorso del fiume, dalla pianura, alla montagna. Il Senio, come tutti gli altri fiumi, con gli eventi del 2023 e ’24 ha dimostrato, assieme alla Sintria suo maggiore affluente, dove vuole andare. Ha coperto attorno a se gli spazi che la morfologia del terreno gli ha concesso. Fregandosene del fatto che noi umani, con le nostre azioni abbiamo occupato i sui spazi.
Si pone allora il problema di guidare il corso dell’acqua per contenere i danni che può arrecare alla popolazione. E qui la scelta è senz’altro chiara: occorre difendere prioritariamente le città e gli agglomerati urbani, le zone industriali, artigianali, commerciali e le grandi aree dei servizi. Le zone in cui si prevede l’acqua possa transitare andranno adeguatamente indennizzate – serve da subito la legge sulle servitù di allagamento – e le strutture indifendibili, andranno col dovuto lasso di tempo, delocalizzate. Non può esserci una guerra città-campagna perchè la scelta sta nelle cose. E’ naturale. La politica ha il compito di guidare con saggia fermezza questo processo, difficile, doloroso, ma ineludibile.
Ultimamente alcune persone accreditano la tesi che l’acqua debba essere trattenuta in montagna. Parlano di moltiplicare le briglie, le chiuse, fino a proporre dighe. Il fatto è che l’antropizzazione delle nostre colline e montagne, particolarmente vicina ai fiumi, torrenti e rii, ha favorito il dilavamento del terreno e, purtroppo il fenomeno delle frane. Ragione per le quali l’acqua corre lungo i terreni coltivati trascinando enormi quantità di materiale che inevitabilmente va a depositarsi dove trova ostacoli (briglie, chiuse) e lungo tutto il corso del fiume, diminuendone nel tempo la portata. Come abbiamo visto negli ultimi decenni.
E’ evidente che il governo dell’acqua va programmato fin dall’alto – per il Senio lo studio indica da Casola Valsenio alla foce – ma le misure che andranno prese dovranno essere considerate in relazione a ciò che sta intorno al corso del fiume. Anche qui dovrà essere previsto che il corso dell’acqua possa ampliarsi in orizzontale, quindi, purtroppo, investire terreno. L’altra misura potrà essere quella di rallentare il corso dell’acqua per aiutarla a meglio defluire in pianura. Per questo occorrerà affidare una precisa funzione alla vegetazione, agli alberi. Piaccia o non piaggia agli istigatori a delinquere che ne vorrebbero l’estinzione.
In montagna per controllare le frane e diminuire il dilavamento, occorrerà poi riprendere il tema del rimboschimento. Ma probabilmente non di bosco ceduo – da sfruttare come un prodotto qualsiasi – che comporta fare stradelli e strade per il passaggio di mezzi sempre più pesanti, quindi impattanti. Occorrerà pensare ad un tipo di bosco che sappia assorbire l’acqua, guidarla in falda perchè sia rilasciata nei mesi non piovosi. E qui mi fermo, in attesa di essere corretto – se necessario – e di altri contributi di merito.