Noi volontari al tempo dei salvini

Nella primavera del 2003, un’amica mi propose di diventare un volontario della Misericordia di Castel Bolognese. Ci pensai poco e dissi “proviamo”. Da allora ho garantito un servizio a settimana, con qualche straordinario. Eccetto ferie e malattie. In quasi 16 anni, credo di essere uno degli autisti di più elevata militanza dell’associazione, ho svolto a cavallo dei 700 servizi e trasportato migliaia di persone alle loro destinazioni. In prevalenza anziane, a volte acciaccate, alle quali ho potuto fornire un aiuto, una collaborazione. Persone – e famiglie – alle quali ogni volta ho risolto un problema, per loro, di difficile soluzione.

La molla che mi ha mosso è stata il desiderio di fare qualcosa per gli altri. Qualcosa di cui avessero bisogno. Il mio riferimento è stato la comunità castellana, i suoi obbiettivi condivisi e la loro coesione da ricercare per mezzo della solidarietà. L’esperienza di questi anni mi ha detto che esercitare azioni di volontariato comporta possedere una buona disposizione d’animo verso gli altri e doti come l’altruismo, la cortesia, la disponibilità. Significa essere buoni.

Oggi al tempo del salvinismo, l’essere buoni viene propagandato come una colpa, un disvalore. Contro gli viene lanciato il termine buonismo. Una parola mistificante, usata come offesa volta a depotenziare la virtù della bontà, nel tentativo di annacquarla in una indistinta, amorfa melassa. Fino a farla apparire negativa, nemica, da combattere.

Ho letto che durante il fascismo, dopo le leggi razziali, la virtù della pietà, manifestata da tante persone verso gli ebrei rastrellati e mandati a morire, venisse distorta (pietismo) e fatta apparire come una colpevole debolezza, nel tentativo di auto assolversi da un crimine. Questo ci lascia ritenere che l’uso improprio, colpevolista e demonizzante del termine buonismo possa essere una sottile forma di nuovo fascismo.

Sono invece fascismo puro quelle misure del governo che, togliendo agli emigranti la copertura umanitaria, restringono la possibilità di aiutare le persone. In quel caso, vengono rese invisibili dalla legge, ma ben presenti nel territorio con l’aggravante di un inevitabile maggiore carico di problemi.

Colpire la possibilità di aiutare una persona mina alle fondamenta la coesione sociale di ogni comunità, piccola o grande che sia. Se si prosegue lungo quella strada pagheremo caro e pagheremo tutti. E come potranno reagire i volontari che fanno del dono e dell’aiuto la base etica del proprio comportamento, se posti davanti all’obbligo di scegliere chi aiutare? Io vivo già ora questa scelta come un grande disagio, tale da farmi ritenere come sia opportuno non accettare e organizzare una grande resistenza.

I nostri nonni ci hanno insegnato a “resistere”. Con la loro resistenza si sono liberati del fascismo, hanno riscattato l’Italia e ci hanno consegnato lunghi decenni di libertà, di pace e di migliori condizioni di vita. Noi non possiamo dilapidare quella storia.