“To Rome with love”, di Woody Allen. (recensione di Lucio Sportelli)
Ancora abbiamo negli occhi “Midnight in Paris” quando Woody Allen esce già con un nuovo film: To Rome with love.
Questa volta, come si intuisce dal titolo, il film parla di Roma, “la città eterna in cui niente cambia”, come cita uno dei protagonisti, e dei romani, o per meglio dire degli italiani in generale.
A me il film è piaciuto e mi ha divertito, per esempio è spassosissima la trovata del tenore che sa cantare solo sotto la doccia. Ho apprezzato molto anche che Allen sia tornato a vestire i panni dell’attore oltre che del regista, mi mancava e devo dire che è ancora in forma.
Ho sempre apprezzato molto il lavoro di Woody Allen. Mi sono piaciute quasi tutte le sue sceneggiature e alcuni suoi film sono tra i miei preferiti, per citarne qualcuno dei più datati “Amore e guerra”, “Io e Annie” e dei più recenti “Scoop” e “Basta che funzioni”. Prosegui la lettura…
“The raven” di James McTeigue. (recensione di Lucio Sportelli)
Questo film è un thriller che parte dall’idea che i racconti di Edgar Allan Poe abbiano ispirato gli efferati omicidi di un serial killer nella Baltimora di fine ‘800. E chi meglio di Poe stesso potrebbe investigare proprio su questi omicidi?
Assistiamo così ad una veloce entrata in scena dei racconti Poe e dell’autore stesso, impersonato da un John Cusak, secondo me poco bravo e poco adatto. Non l’ho mai apprezzato molto, tranne nel film “La giuria”, dove la sua faccia da svanito capitava a fagiolo, per poter ingannare un volpone come Gene Hackman.
Il film in generale è abbastanza interessante e avvincente. Direi bello. Peccato per il montaggio non perfetto (alcune scene sono tagliate peggio che con l’accetta).
Dello stesso regista, James McTeigue, ho apprezzato enormemente di più “V per Vendetta”.
Volendo fare un paragone direi che se vi è piaciuto “La vera storia di Jack lo squartatore” con Johnny Deep, ritroverete in questo film una vaga somiglianza.

Foto Everyeye.it
“In Time” di Andrew Niccol. (Recensione di Lucio Sportelli)
In un film di fantascienza che si rispetti credo si possa trattare qualsiasi argomento senza nessun limite alla fantasia, purché sia coerente con se stesso. E’ proprio questo il caso di “In Time”. Un bel film di fantascienza che non ha posto nessun confine alla genialità di Andrew Niccol, già regista di “Gattaca” e “Lord of War”.
L’argomento trattato è estremamente fuori dagli schemi, infatti parte dall’assunto (ce lo racconta la voce fuori campo del protagonista nei primi secondi del film) che in futuro tutte le persone del mondo invecchieranno fino a 25 anni poi il fenomeno dell’invecchiamento si arresterà e l’unico modo per rimanere in vita sarà guadagnare tempo. Il tempo sarà alla stregua del denaro di oggi. Se le persone lavorano guadagnano tempo, se comprano qualcosa spendono tempo. Purtroppo quando le persone arrivano a zero muoiono. Salta subito all’occhio la condanna della ricerca dell’eterna giovinezza, ma ci sono anche altre implicazioni. Il tempo si può rubare, si può immagazzinare, si può cedere, si può giocare in borsa.
Questo film mescola argomenti molto distanti tra loro, etica, significato della vita, eternità, amore, giustizia sociale, ma lo fa in un modo interessante. I protagonisti sono Justin Timberlake, non al massimo delle sue capacità, ed una meravigliosa Amanda Seyfried, infatti il regista indugia moltissimo sui suoi grandi occhi. Non voglio dire altro per non togliere gusto a chi lo volesse vedere.
Fortemente sconsigliato a chi non piace la fantascienza.

Foto "ilcinemaniaco.com
“Millennium – Uomini che odiano le donne” di David Fincher (recensione di Lucio Sportelli).
Facciamo tutti finta di non aver letto i libri di Stieg Larsson e di non aver visto le trasposizioni cinematografiche svedesi di Niels Arden Oplev (2009) e Daniel Alfredson (2009): il nuovo film di David Fincher è un discreto giallo, abbastanza avvincente, con un’alta dose di violenza e con delle location mozzafiato. Una possibile critica forse è che Fincher si dilunga troppo in alcuni passaggi e rischia di far scemare l’attenzione (il film dura quasi 160 minuti). Forse doveva giustificare l’intera spesa di un budget di circa 100 milioni di dollari.
Ora facciamo finta di aver letto i libri di Larsson: il film di Fincher non è molto fedele al testo, soprattutto in alcune sue parti importanti. Purtroppo, si concentra molto sui personaggi e meno sulla storia. Peccato! Peccato perchè i libri sono dei mezzi capolavori, molto ben bilanciati e accattivanti. Quelli che non vorresti finissero mai.
Ora facciamo finta di aver visto anche i film svedesi del 2009: Fincher perde il confronto, anche se lui ha dichiarato (stizzito) di non aver voluto fare un remake, ma un film completamente diverso. Sì, e peggiore, aggiungo io. Il film di Fincher ha uno stampo molto ‘americano’ nelle inquadrature, nelle location, nei personaggi. Ho apprezzato molto la versione svedese perchè più fedele ai libri. Prosegui la lettura…

Foto: screenweek.it
Hugo Cabret di Martin Scorsese (recensione di Lucio Sportelli).
Il famosissimo regista di Taxi Driver e Quei Bravi Ragazzi si guadagna, con questa sua ultima fatica, ben 11 candidature agli Oscar, tra cui miglior film e miglior regia.
La storia parla di un giovane orfanello che cerca di aggiustare un marchingegno lasciatogli da suo padre e lo fa vivendo di espedienti in una stazione ferroviaria della Parigi anni ’30.
Man mano che Hugo sistema questo magico oggetto lo spettatore viene spinto nel mondo di George Melies, importantissimo regista e padre degli effetti speciali.
Qual è il nesso, vi starete chiedendo? Me lo sono chiesto anch’io e tutt’ora sono perplesso.
A me ha dato l’impressione che il regista non avesse esattamente le idee chiare su che strada prendere: da una parte racconta la storia di questo bambino che tra mille problemi riesce a trovare in qualche modo una famiglia che gli voglia bene, dall’altra racconta di un vecchio regista che dopo anni di successi non vuole più nemmeno ricordare il suo glorioso passato di inventore di illusioni (cinematografiche e non solo). Prosegui la lettura…
La talpa di Tomas Alfredson (Recensione Lucio Sportelli).
“La talpa” è il classico film di spionaggio vecchio stile, infatti è tratto dal best seller “Tinker, taylor, soldier, spy” di John Le Carrè, scritto nel 1974.
Sinossi: Anni ’70. Il protagonista, Smiley, cerca in tutti i modi di smascherare una talpa del KGB all’interno dei vertici del Circus (modo gergale per dire servizi segreti britannici). Le indagini convergono su i quattro più alti funzionari del Circus (appunto soprannominati Tinker, taylor, soldier, spy).
La storia procede come una lenta partita a scacchi e senza grandi tensioni. L’attenzione del regista per la fotografia e le scenografie è davvero ammirevole peccato che non sia riuscito ad ottenere un film chiaro (si fa confusione con i nomi e si confondono i personaggi) ed intrigante (l’epilogo è abbastanza telefonato).
Non ho letto il libro di Le Carrè, ma da quello che ho visto in giro molti sono concordi a dire che sia un capolavoro. Il film non lo è per niente.
Gary Oldman (interpreta Smiley) è bravo ma resta ingessato in un personaggio triste e depresso. Una curiosità interessante è che Le Carrè ha lavorato veramente per qualche anno nei servizi segreti britannici, fino a quando una talpa non ha ‘bruciato’ la copertura di molti agenti dell’intelligence inglese.
Cosa resta di questo film: un senso di già visto sicuramente, di occasione persa visto il successo del libro e di monotonia.

J. Edgar Hoover, storico capo della Fbi
Seconda recensione cinematografica di Lucio Sportelli.
J.Edgar di Clint Eastwood.
Biopic (film biografico) su J. Edgar Hoover, direttore dell’FBI sotto 8 differenti presidenti degli Stati Uniti. In questo film Clint Eastwood ci racconta un pezzo di storia americana dal punto di vista del padre-padrone dell’FBI.
Interessante fino ad un certo punto, anche perché l’occhio del regista si sofferma lungamente sulla vita personal-sentimentale di Hoover. Il film oscilla tra un Hoover megalomaniaco e un Hoover in continua ricerca dell’approvazione della madre.
Mi sono annoiato abbastanza a vederlo e uscendo dalla sala mi sono chiesto lungamente perché fare un film del genere, quale scopo aveva il regista. Non sono riuscito a darmi una risposta, forse qualcuno di voi potrà aiutarmi.
L’unica cosa di cui sono sicuro è che non rimani il capo dell’FBI per quasi 50 anni senza avere in mano carte scottanti su tutti i presidenti che si sono succeduti.
Si salva dall’insufficienza Leonardo Di Caprio, che interpreta il protagonista, e poco altro.
Con la recensione di “Sherlock Holmes – Gioco di ombre” di Guy Ritchie, compare nel sito la categoria Cinema. E’ curata da Lucio Sportelli. Recensire film non è il suo mestiere, ma la grande passione per la filmografia lo ha reso certamente una persona competente.
Sherlock Holmes – Gioco di ombre di Guy Ritchie.
Secondo episodio cinematografico basato sul personaggio dell’investigatore più famoso al mondo. Anche in questa trasposizione cinematografica, come nella prima, il regista usa l’infallibile logica deduttiva di Holmes praticamente solo per indovinare i danni procurati durante un combattimento a mani nude. Un po’ riduttivo. Vedendo questo film Sir Arthur Conan Doyle non riconoscerebbe di certo il suo incredibile personaggio.
Comunque devo ammettere che il film è confezionato bene e godibile. Magistrale è la sequenza dell’inseguimento nel bosco circa a metà film. Buone le ambientazioni e le scenografie.
Bello, ma se faranno, e c’è da crederlo visto il successo, un terzo episodio mi augurerei quasi che non compaia il nome di Sherlock Holmes nel titolo, anche se è impossibile sperare tanto.
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