L’Italia unita

Con tutta onestà devo dire che la celebrazione dell’unità d’Italia sta prendendo una piega che non mi convince del tutto. A me pare che la giusta aspirazione di ricordare il riscatto dell’Italia avvenuto con i moti risorgimentali, stia rischiando di scadere nel nazionalismo. Centocinquanta anni fa si crearono le premesse che hanno consentito al nostro paese di diventare una grande potenza economica mondiale. Questo è avvenuto senza che l’Italia abbia saputo marcare una forte identità nazionale. L’unità della nazione e il senso dello stato, pur con tutti i limiti, ci hanno consentito di andare avanti.

Dobbiamo però ricordare che, fin dal dopo guerra, l’Italia sentì il bisogno di confini più ampi. Lo testimonia il ruolo che ebbe nella costruzione dell’Europa, il fatto che per primi e nel modo più convincente i nostri padri si batterono per questo obiettivo. Molti nel nostro paese pensano agli stati uniti d’Europa, ossia ad un unico stato europeo federato. Unica scelta questa che può consentire al vecchio continente di competere con le economie emergenti dell’Asia e del Sud America e avere il posto che gli compete nel mondo. Questa visione aperta può inoltre consentire di metabolizzare senza drammi i processi migratori causati dalla miseria e dalla perdurante oppressione di troppi popoli, ma anche frutto naturale dell’inarrestabile globalizzazione in atto.

Ricordare l’unità d’Italia è giusto e doveroso, ma senza correre il pericolo di scadere nel nazionalismo. Senza dare l’idea di uno stato chiuso nei propri confini, spocchioso ed auto referenziale. Opzione a mio avviso sempre aperta, se si calca troppo la mano sul concetto di stato e sulla simbologia della  bandiera, dell’inno, della divisa. Opzione chiaramente stampata nel viso e nelle parole di molte persone che ci governano. Dobbiamo ricordare che nazionalismo fa storicamente rima con irredentismo, interventismo, fascismo. Attenzione quindi. Celebriamo l’unità d’Italia, certo, anche con un giorno di riflessione e di festa, ma con sobrietà, senza un’errata enfasi che possa dare spazio ai tanti che ci vorrebbero blindati nel recinto dello stato. Quindi scettici verso il percorso europeo e verso l’apertura ai popoli del mondo.