Il disagio dei ragazzi

Parco Biancini, lampione divelto.

Parco Biancini, lampione divelto.

I ragazzi  che nel corso degli ultimi mesi hanno sfasciato il Parco Biancini – per fortuna pochi, rispetto ai tanti che lo frequentano – riflettono principalmente una condizione di disagio. Non basta la naturale esuberanza dell’età a giustificare il loro modello comportamentale. C’è dell’altro, che andrebbe indagato. Innanzitutto, parlando con loro e ascoltandoli.

Parallelamente esiste il problema del rispetto delle regole di civile convivenza che una comunità si è data, e queste vanno fatte rispettare.

Il disagio di questi giovani può avere tante ragioni. Ne ipotizzo alcune. Il modello di società che hanno di fronte e gli esempi che gli adulti che la governano danno di loro stessi; la messa in mora di valori come il rispetto, l’ascolto, la natura, il risparmio, il dialogo; l’accrescersi delle difficoltà relazionali con l’altro sesso; la carenza di spazi e di attrezzature adeguate ai loro desideri; la condizione della famiglia, spesso attanagliata dai problemi della normale sopravvivenza; la crisi del ruolo genitoriale.

Se, come credo, il disagio è il vero problema dei ragazzi che ci imbrattano i monumenti e ci sfasciano i giardini, ne consegue che l’approccio con cui va affrontato deve essere, innanzitutto, un approccio di tipo sociale, educativo e culturale. Sono queste le leve da cui occorre partire.

Ne consegue che debbono muoversi i servizi sociali con i loro operatori di strada.

Quando abbiamo sostenuto per anni che la nuova emergenza sociale era costituita dal disagio dei giovani e che quindi andavano spostate risorse pubbliche e private in quella direzione, forse avevamo ragione. Mi riferisco alla battaglia (persa) che, con altri assessori, per affermare questo principio, abbiamo sviluppato gli scorsi anni in sede di Distretto sanitario faentino e di Conferenza Sanitaria Provinciale.

È con il l’ascolto, con il dialogo, con il tipo di convivenza e con il modello di società che si costruisce attorno ai giovani che si possono contenere queste problematiche. Certamente non con la repressione, che resta uno strumento, a volte necessario, ma fine a se stesso. Che crea barriere invece di abbassare ponti.