Le figure di un tempo

1987 - Lucio lungo la ferrata Dibona
1987 - Lucio lungo la ferrata Dibona

Al tempo delle scuole elementari, a metà degli anni cinquanta, abitavo nella campagna di Lugo, lungo il canale dei Mulini. Eravamo una famiglia di contadini mezzadri, calati dalla collina in cerca di terre piane, quindi meno faticose e più produttive da lavorare. Essere mezzadri voleva dire lavorare cento, riscuotere cinquanta. Il resto era del proprietario del terreno. Quando il reggitore della famiglia chiese il cinquantadue, come stabiliva la legge, gli rispose: “non prema d’avè tirat l’ultma cartocia” (non prima di avere sparato l’ultima cartuccia).

La vita scorreva lenta. La mattina a scuola, il pomeriggio ad aiutare nei campi. Per la strada passavano poche persone. Alcune destavano la mia curiosità.

Il tartufaio con il suo cane seduto su di un pezzo di legno posto sul cannone della bicicletta e la caratteristica vanghetta a tracolla. Visitava tutte le querce. Appariva ai miei occhi come una figure misteriosa, silenziosa, un poco bugiarda nel tentativo di non lasciare traccia del raccolto.

Il bevitore, col suo caratteristico bicchiere rosso smaltato appeso al manubrio della bicicletta. Passava di casa in casa chiedendo da bere, salutando e augurando buona fortuna. A volte aveva a tracolla la fiasca dove versava un po’ del prodotto, pensando ai tempi grami.

Il birrocciaio con il suo carro trainato da quattro, sei mucche o buoi, coperte dal caratteristico drappo. A queste parlava, sostenuto dalla funzione delle mordacchie poste dentro le narici delle due di testa e azionata da funi che pilotava con le mani, simulando l’attuale azione del freno e del volante. Era il corrieri di allora, l’addetto alla logistica, si direbbe oggi. Trasportava ogni cosa: animali, granaglie, attrezzi… adattando il carro alla bisogna. Lo udivo giungere da lontano, annunciato dal tintinnio della campana posta sul timone e di altri campanelli appesi ai lati del carro. Di notte era segnalato da diverse lanterne a petrolio accese, una in cima al timone, le altre a pendere di fianco.

Lo scranaro che di solito erano in due e quasi sempre provenienti dal Veneto. Viaggiavano con le biciclette su cui trasportavano paglia e attrezzi. Si offrivano per costruire sedie e per impagliarle. Quando alla famiglia occorrevano sedie, si provvedeva, in autunno, alla scelta e al taglio dei pali occorrenti, che venivano poi costretti ad assumere la giusta curvatura e ad essere quindi pronti per il lavoro di questi artigiani. Mangiavano con la famiglia, dormivano nella stalla.

Lo straccivendolo che si si annunciava con un caratteristico grido. Era un residuato della piccola economia di guerra. Passava col carretto a cadenza fissa. Acquistata il ferro vecchio quasi sempre costituito dalle scheggie raccolte nei campi. Era la mia unica fonte di guadagno, assieme alle offerte che ricevevo portando gli auguri di buon anno alle famiglie. Passavo i campi appena arati, a volte si trovava l’anello di ottone delle granate. Ero contento perchè costava qualche lira in più. Ritirava anche le pelli di coniglio conciate e seccate al sole da parte delle donne di casa.

Il pittore con la sua leggiadria e bellezza. Si distingueva dall’abbigliamento, diverso dal normale, più colorato, con il caratteristico cappello e fiocco a palla. Girava in bicicletta su cui caricava la sedia, il cavalletto, la tavolozza e le tele, la sporta con i colori e i pennelli. Lo scorgevi in luoghi a volte strani, ma da cui lui vedeva la scena migliore, che più lo ispirava. Un campo di grano con i papaveri, un casolare con querce e cipressi, un tramonto, un lembo di campagna. Seduto davanti alla tela, assumeva pose particolare quasi a cogliere sfumature e sensazioni altrimenti nascoste.

Ce n’erano altre di queste figure: lo spazzacamino, il lattaio, il pollivendolo, la materassaia, il frate cercantone… , tutte armonicamente inserite nel territorio, nella vita quotidiana dei contadini e nella scarna economia di quei tempi andati.