Lavoratori

Marino incontra i lavoratori della CNH (foto Sportelli)

Marino incontra i lavoratori della CNH (foto Sportelli)

Ebbene, mentre Berlusconi, il nostro caro papi, scherza col dittatore Gheddafi e gioca con le Frecce tricolori, mentre la Guardia di Finanza gli offre in omaggio una bella imbarcazione di uomini, donne e bambini, da rinchiudere nelle carceri di accoglienza della Libia, in onore al suo trattato col dittatore, mentre accade tutto ciò, in Italia avviene una nuova, orrenda, tragedia familiare causata dalla perdita del lavoro del capo famiglia.

A Reggio Emilia un uomo disoccupato e senza sussidi, impazzisce, uccide moglie e figli e tenta di suicidarsi. (L’uomo era seguito dai Servizi Sociali, ma questo se fa nulla è una aggravante che pone interrogativi anche sul funzionamento dei servizi stessi in quanto, forse, o non hanno capito il caso, oppure, avendolo capito, non hanno creato le condizioni perchè questa persona avesse un lavoro).

Ieri sono andato davanti ai cancelli della CNH a Imola. C’era un incontro di due on.li del PD, Marino e Gozi, con i cassintegrati di quell’azienda che la Fiat ha deciso di chiudere (spostando a Lecce il prodotto che ancora ha mercato e dove può ricevere finanziamenti europei a fondo perduto), licenziando a Imola oltre 400 persone. Ho ascoltato e soprattutto osservato le persone, quelle che hanno perso il lavoro. Ho visto volti preoccupati, forse prossimi alla disperazione. Uno di loro è in sciopero della fame da nove giorni per sostenere, udite, udite, la richiesta di avere un incontro con la proporiatà. Nemmeno un incontro la Fiat concede, quello che si diceva non negarsi a nessuno, alla faccia della promessa di non chiudere stabilimenti in Italia.

Questa è l’Italia oggi. Da un lato il capo del governo che si occupa in netta prevalenza dei suoi guai personali, che ingaggia battaglie furibonde contro il diritto di informazione, che nel tempo libero va ad omaggiare un dittatore, dall’altro lato il paese reale, quello che produce e che lavora, preoccupato dalla crisi, che lotta per uscirne, ma che si sente abbandonato a se stesso. Dentro questi ci sono le persone che perdono il lavoro e tutta l’area del lavoro precario. Rappresentano l’anello più debole della catena, quello più esposto. Dobbiamo creare attorno a loro un nuovo grande senso collettivo di solidarietà e di concretezza. I partiti che hanno radici da queste parti non fanno abbastanza, nemmeno le amministrazioni pubbliche fanno abbastanza, forse anche i sindacati non fanno abbastanza. So bene che la storia non si ripete, ma forse se non si riesce a guardare in avanti, cerchiamo di ricordare almeno come ci siamo difesi in passato, dove non esisteva che per ottenere un incontro un operaio dovesse fare lo sciopero della fame.