Viaggio in Egitto, impressioni e foto

Piramide di Keope
Piramide di Keope

Forse il mal d’Africa è il rimorso di chi, vivendo in una società opulenta ed entrando in contatto con una realtà che presenta aspetti di degrado e di povertà inimmaginabili, prende coscienza e si chiede perchè fino ad allora non abbia mosso un dito.

Sono stati sei giorni molto intensi quelli trascorsi in Egitto. Un viaggio organizzato, ma che ha consentito di toccare con mano le grandi contraddizioni di un Paese dove, accanto a talune modernità – esempio alberghi a sette stelle – convive un pesantissimo stato di arretratezza che investe la grande maggiornaza della popolazione.

E dire che quei luoghi sono stati, cinquemila anni fa, una culla della civiltà del pianeta. Si parla dell’epoca faraonica di cui ancora oggi sono presenti tantissimi segni e delle cui realizzazioni non si riesce ancora oggi a fornire spegazioni. Ci diceva la guida che ci accompagnava, un docente in egittologia, che solo avanzando ancora con il progresso riusciremo a capire come abbiano potuto realizzare determinate opere come, ad esempio, le piramidi.

Ci si chiede come abbia potuto accadere che un popolo che aveva raggiunto tali livelli di cultura e di civiltà, abbia potuto con i secoli e i millenni cadere tanto in basso. In fondo all’articolo pubblico un servizio fotografico che attesterà senza ombra alcuna questa situazione e la cui visione varrà più di tante parole. Aggiungo solo qualche notizia raccolta, qualche sommaria impressione e alcune cose che ho visto.

Contrariamente a ciò che si pensa, pare che la diga di Aswan abbia rappresentato una sciagura per il paese. Se, da un lato, ha consentito una maggiore produzione di energia elettrica, dall’altro con la regimazione delle inondazioni ha impoverito le campagne, non più concimate dal limo; ha provocato un pesante sconvolgimento climatico; ha elevato il livello delle acque danneggiando così la gran parte del patrimonio storico antico. Inoltre la diga, che ha determinato un bacino d’acqua lungo 500 chilometri, largo 20 per 46 metri d’altezza, è in zona sismica; il suo collasso spazzerebbe via pressochè l’intero Egitto il cui territorio è costituito da deserto per il 94%, mentre gli 84 milioni di abitanti risiedono nel restante 6%, attorno al Nilo.

La campagna lungo il Nilo

L’Egitto, di fatto, è governato dai militari che hanno messo su una finta democrazia con finte elezioni. La presenza dei militari è invasiva, sono presenti ovunque; è anche poco dignitosa, tant’è che spesso elemosinano mance, paventando un sistema corrotto.

La presenza dei venditori è assillante, in buona parte vendono prodotti cinesi. Il loro artigianato è di un certo pregio e a prezzi contenuti.

Nei cantieri e nelle campagne si lavora in condizioni umane penose e senza mezzi (trasportano le macerie a spalla, tagliano l’erba con il falcetto). Non esistono fognature e il benchè minimo rispetto di norme igieniche. Nessuna protezione per chi lavora. Rifiuti di ogni tipo ammassati ovunque. Naturalmente le aree, i percorsi e le strutture turistiche sono altra cosa.

Il Cairo è una megalopoli – 20 milioni di abitanti – dove c’è di tutto. I negozi delle grandi firme, gli alberghi sette stelle e il degrado più assoluto. La Città morta, un grande cimitero nelle cui tombe vivono migliaia di persone e famiglie. Enormi distese di case abusive sorte una attaccata all’altra, fino a lambire le Piramidi e la Sfinge. Ma anche autentiche bellezze costituite da un patrimonio architettonico di assoluto pregio, come la Cittadella di Saladino e tanto altro.

Il Museo Egizio contiene autentici tesori, ma si presenta più o meno come un enorme magazzino-contenitore.

Va detto che ovunque l’accoglienda degli egiziani è amichevole. Anche se la sensazione è quella di un popolo seduto e rassegnato, vivono il loro stato con dignità e rispetto.

La domanda che sorge spontanea è: si può fare qualcosa per questo popolo? Certamente spetterebbe ai governi dei Paesi più avanzati porsi il problema e intervenire (prima che questa moltitudine di gente li sommerga). Ma, più in piccolo, ci si potrebbe chiedere se è possibile aprire un canale di comunicazione per sviluppare qualche azione: che sò, a favore di un villaggio, di un ospedale, di un’azienda, di una scuola o anche solo di una famiglia. Mi chiedo perchè il signore che ci ha accompagnato ci ha lasciato il suo biglietto da visita. Potremmo contattarlo e porre a lui questi interrogativi?